giovedì 14 dicembre 2017

Lupin III S2 ep 112 "Pericolo per Goemon" - commento -

Se c'è un personaggio nella banda Lupin che riesce raramente a ritagliarsi uno spazio di rilievo nelle storie di Lupin quello è Goemon. Personaggio nato come detto anche nella recensione del film "Lo schizzo di sangue di Goemon Ishikawa" inizialmente più per necessità (infatti durante una fiera fumettistica americana una signora criticò il fumetto di Monkey Punch proprio perché non aveva elementi giapponesi. Da qui la necessità per l'autore di creare un personaggio che sommasse in se lo spirito del Giappone antico) che per un reale interesse personale del mangaka, ma che in breve tempo si conquistò la sua buona fetta di pubblico. Quindi quale miglior modo di mostrare le sue qualità se non commentando una delle puntate più belle dove si trova ad essere il protagonista?

La puntata si apre con un assolo di chitarra da parte di un misterioso soggetto dall'aria minacciosa. Nel frattempo uno spaesato Goemon chiede indicazioni al medesimo chitarrista su come raggiungere delle sorgenti calde, ma come ci dimostrano le gocce di sudore da "momento tensione" sul suo viso presenti in tutti gli anime 70-80, ci si accorge subito che il tizio non è benintenzionato nei suoi confronti e si prepara al duello.

Il temibile nemico si palesa
Stranamente il tizio demorde e gli indica la strada, e poco dopo si lancia in una affermazione di una cosi complessa logica che al confronto Cartesio era un dilettante come: "Che uomo! Sono sicuro che se avessi combattuto uno di noi sarebbe morto". Alla fine lui e la sua complice decidono giustamente che sia meglio attaccare i compagni di Lupin prima di dedicarsi al ladro gentiluomo in modo da scoprirne il punto debole.

Quel furbone di Goemon che ha capito tutto dalla vita si dedica a un rilassante bagno nelle sorgenti termali. Purtroppo a disturbalo dal suo momento relax ci pensa la presenza del suo più temibile nemico. Una presenza maligna che lo perseguita da sempre e che non sembra possibile evitare o sconfiggere, tanto che spesso ha dovuto soccombere al suo nefasto potere. Stiamo parlando della "Donna"! Il suo più terribile avversario. Purtroppo il nostro samurai di professione non può nulla contro il suo fascino ed è costretto a scappare ignobilmente in stile quindicenne vergine finendo per essere messo KO dal duo criminale (Va bene che Goemon non ami le donne ma qui si esagera).

Ma Lupin? Che fa? Ci chiediamo giustamente tutti. Purtroppo per la risposta per un fan di lunga data del ladro gentiluomo è decisamente imbarazzante perché... perché..... perché Arsenio Lupin da grande "tombeur de femme" quale si professa gioca in una vasca da bagno con una bambola gonfiabile di Fujiko/Margot (e spero vivamente che faccia solo quello, anche se quel "vieni qui che ti faccio un massaggino" suona malissimo alle mie orecchie), anticipando di trent'anni una futura generazione di Otaku incalliti. Da notare la grande prova di amicizia di Lupin che di fronte a un Jigen preoccupato per il fatto che Goemon non sia ancora tornato si mette a ridere per il fatto che il samurai giri senza intimo. Una prova di grande amicizia.

Dopo essere scappati da una fallita retata del non particolarmente brillante Zenigata, il nostro Lupin viene attaccato dal "fucile/chitarra tutto in uno" (che alle feste di paese deve immagino fare un successone) di Wolfe ma si tratta tutto di un barba trucco del ladro gentiluomo.

Al terzo ascolto di Mummies Alive di Santo Verduci
Goemon comincio ad avere allucinazioni a sfondo mistico
Nel frattempo il povero samurai viene barbaramente torturato dalla bella Rose, la compagna di Wolfe (il chitarrista d'inizio episodio). Nonostante le frustate e le torture subite Goemon coraggiosamente non dice nulla. Purtroppo il suo aguzzino ha un'arma terrificante per far parlare la gente. Wolfe infatti lo minaccia di fargli ascoltare l'intera discografia siglistica di Santo Verduci se non si decide a parlare, e infatti il povero samurai comincia a sudare e tremare sensibilmente.

Intanto Lupin e Jigen cercano di scoprire il luogo dove è stato rinchiuso Goemon con un piano sulla carta interessante ma che lascia molto a desiderare all'atto pratico. Praticamente Lupin e socio fanno sapere a tutte le associazioni criminali che si trovano in un determinato punto, sperando così di attirare all'esterno i criminali che tengono in ostaggio Goemon (con tanto di insegna al neon gigante sul tetto per essere sicuri). Samurai che poverino in una scena cruenta è costretto a subire una trapanazione di un dente senza anestesia e con un trapano da carpentiere.

I due rapitori sono costretti ad intervenire e riprendendo la trama del manga la bella Rose cerca di circuire Lupin con le sue grazie femminili (con l'unica differenza che qui la ragazza si traveste da Fujiko), mentre Wolfe cerca grazie a una radiospia di far cedere Goemon facendoli credere che il ladro gentiluomo se la spassi e se ne freghi della sua persona. Ovviamente quando vuole Lupin sa difendersi egregiamente e non si fa gabbare dalle moine della ragazza e la mette in fuga.

La voglio anch'io un'insegna al neon così!
Ormai conscio del pericolo Wolfe vorrebbe uccidere il samurai ma il ladro gentiluomo arriva giusto in tempo per salvare l'amico, e in una delle scene più toccanti della seconda serie Lupin si commuove profondamente per le torture subite dall'amico per mantenere al sicuro il suo segreto e lo abbraccia. Goemon ha dimostrato con orgoglio di sapere mantenere fede ai suoi principi e all'amicizia indistruttibile che lo lega al ladro gentiluomo. 

Ovviamente il crudele Wolfe non può comprendere un sentimento come l'amicizia e dopo averli scherniti sfida Lupin a duello. In un gesto di orgoglio da vero samurai Goemon decide di affrontare lui stesso Wolfe nonostante le sue profonde ferite. Messo alle strette da Lupin a Wolfe non rimane altro da fare che combattere Goemon lealmente con la spada, il quale usando le sue ultime forse lo uccide (anche se devo dire che il finale del manga è decisamente più appagante a mio giudizio visto che anche Jigen aiuta Goemon a far fuori l'avversario, dimostrando che anche lui ci tiene al samurai).

Sarà che forse il doppiaggio italiano ha saltato qualche sfumatura del rapporto tra Wolfe e Rose, ma il suicidio della ragazza alla scoperta del corpo di Wolfe mi sembra forzatissima (anche perché fino a quel momento non c'erano state scene che indicassero un chiaro rapporto amoroso).

Alla fine i tre se ne vanno nel castello prigione del Samurai e in uno dei pochi momenti umoristici di Goemon scopriamo che il presunto lato di debole di Lupin sarebbe il fatto che in alcuni casi assomiglierebbe a una scimmia (con somma risata generale di tutti).

Una delle migliori puntate della seconda serie a mio giudizio, dove si può vedere il vero rapporto di fiducia e amicizia che lega Lupin alla sua banda. Per una volta fa veramente piacere vedere Goemon non ridotto a semplice ruolo di affetta muri per la banda, anche se forse il povero samurai avrebbe preferito un'occasione diversa per dimostrare le sue qualità. Alcuni tratti dell'episodio sono girati verso la farsa/commedia e la comicità più slapstick, tradendo un po' il tono della storia, ma è un tratto che accomuna l'intera serie e quindi non possiamo lamentarci più di tanto (o lo si apprezza o lo disprezza per intenderci).


mercoledì 6 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (2017) - Recensione -


Anno: 2017
Durata: 114 min
Genere: giallo
Regia: Kenneth Branagh
Soggetto: Assassinio sull'Orient Express di Agatha Christie
Sceneggiatura: Michael Green

Istanbul, 1934. Hercule Poirot, dopo l'ennesimo caso risolto si concede un breve periodo di riposo sul famoso Orient Express. Sarà proprio su questo treno, anche grazie a una valanga, che si commetterà un misterioso omicidio. Ovviamente tocca a Poirot risolvere il caso prima che i soccorsi arrivino a liberare il treno.

Il cast del film
"Assassinio sull'Orient Express" è forse l'opera più famosa della regina del giallo Agatha Christie assieme a "Dieci piccoli indiani". Quindi è logico che questo film si si faccia carico di forti aspettative da parte del pubblico e dei critici, curiosi di vedere come Kenneth Branagh userà questo cast stellare (in cui interpreta il detective belga) per raccontare la storia del romanzo (che sarà forse prerogativa del genere giallo, ma si fa sempre fatica a ricordare. Rendendo forse il lavoro del regista su questo punto più facile). Meno comprensibili a mio giudizio invece le aspre critiche negative date a questo film reo per molti di essere di molto inferiore al film omonimo del 74 (anch'esso dotato di un cast eccezionale.), cosa a mio personale pensiero ridicole e fuorvianti visto che non si tratta chiaramente di un remake ma di due film diversi tratti dallo stesso racconto.

Dopo questa piccola digressione passiamo a parlare del film:

Kenneth Branagh fa un buon lavoro su Poirot (anche se personalmente continuo a preferire lo stile di David Suchet), dandoli quel giusto mix di genio e nevrosi,  leggermente guastato dalla volontà di renderlo più umano appioppandoli un'amore perduto e alcune scene action che lo vedono protagonista che cozzano un po' troppo con il personaggio pensato dalla Christie (sovrappeso, indolente e leggermente rupofobico per lanciarsi in tali imprese). Mi è piaciuto molto l'idea di un detective ormai stanco del proprio mestiere, talmente sconfortato da dividere l'operato dell'uomo nettamente  tra il bene e il male. Sarà proprio lo sconvolgente finale a dargli la scossa per comprendere che spesso non esiste solo un bene puro e male negativo, ma un'infinita zona grigia.

Kenneth Branagh e i suoi sontuosi baffi
nei panni di Hercule Poirot
Il resto del cast purtroppo vive di luce riflessa del detective Poirot e solo in pochi casi riescono ad emergere in qualche scena come Willem Dafoe, Michelle Pfeiffer e un piacevole sorpresa come Johnny Depp nel ruolo del viscido cattivo Ratchett. Si tratta di uno dei difetti principali del film, infatti la voglia di essere costantemente al centro del palcoscenico di Branagh, non permette quel crescendo di suspense e dramma che si lega a doppio filo ai passeggeri del treno e ai misteri che si celano dietro alle loro esistenze. Cosa che porta il film ad essere farraginoso e lento in molti punti essenziali; rendendo impossibile quella dolorosa comprensione delle motivazioni legate all'omicidio.

Azzeccatissima invece la scena finale dove i passeggeri del treno vengono riuniti in una sorta di giuria e assistono alla soluzione del caso da parte di Poirot, che forse per la prima volta si trova con un dubbio morale difficile da scogliere.

La ambientazioni sono molto belle, sopratutto quelle esterne, anche se spesso rovinate da una cgi troppo invadente. Il problema è che il film si concentra troppo sull'aspetto esteriore e si dimentica di dare il giusto spazio agli interni, mandando a gambe all'aria quel senso di claustrofobia che solo un treno pieno di sconosciuti potenzialmente assassini può dare.

Assassinio sull'Orient Express è un film che regala due ore di cinema piacevoli e divertenti; a patto naturalmente di lasciare a casa inutili paragoni con film più anzianotti. Peccato che il film non sfrutti mai al massimo tutte le potenzialità a disposizione.

lunedì 4 dicembre 2017

HK: HENTAI KAMEN (2013) - Recensione -


Genere azione, comico
Regia Yūichi Fukuda
Musiche Eishi Segawa

Il Giappone è un paese da sempre ricco di contraddizioni. Basti pensare alla figura del salaryman, con la sua maniacale volontà di lavorare (tanto da portare in molti casi alla morte per fatica) e alla sua sempre impeccabile presenza, a cui si contrappone la diffusione massiccia di materiale con una forte carica liberatoria (spesso di genere erotico, se non direttamente pornografico). Hentai Kamen (che si potrebbe tradurre come maschera libidinosa) è la presentazione in chiave comica ed esagerata di questo connubio tra serietà esagerata e la necessità di dare libero sfogo alle proprie pulsioni castrate nella vita di tutti i giorni.

La nascita di un vero eroe
Kyousuke è un liceale come tanti, se fosse che i propri genitori sono rispettivamente una dominatrice nelle pratiche BDSM e un ispettore di polizia maniacalmente legato al proprio lavoro (ma conquistato dalle pratiche sadomaso della moglie). Nonostante ciò Kyousuke è un ragazzo buono e dal forte senso di giustizia che lo fa intervenire sempre per raddrizzare i torti, ma purtroppo per lui è totalmente negato per la lotta. Sarà proprio nel tentativo di salvare la dolce Aiko, la compagna di classe di cui è innamorato, che indossando per sbaglio una paio di mutandine da donna come maschera sbloccherà il suo potere latente diventato uno dei più folli e assurdi eroi mai usciti da una mente giapponese: Hentai Kamen.

Hentai Kamen è uno di quei film cosi matto e assurdo che non se ne può rimanere indifferenti. Ogni scena in cui compare il nostro eroe è pregna di un comicità irresistibile, con il nostro campione che non perde tempo a mettere in mostra le peggio pose per sembrare ancora più bizzarro e perverso, ne che di suo aiuti il suo "casto e morigerato costume". Hentai Kamen è comunque un eroe, quindi decide di combattere le ingiustizie a modo suo, usando ogni volta tecniche sempre più strambe e legate al mondo BDSM (indimenticabili le tecniche "Lavaggio del cervello pervertito" e " Spinning Fire". Sopratutto la seconda dove il nostro eroe appigionando le sue "palle d'oro" sul muso dell'avversario ruota vorticosamente come una trottola fino alla sue sconfitta). Anche gli avversari non sono da meno, tutti con una evidenziata caratteristica seguita dal suffisso Kamen. Quindi avremo personaggi assurdi come Precisino Kamen, Figo Kamen o Macho Magro Kamen; che di volta in volta carcerando di fermare Hentai Kamen con una loro folle tecnica.

Il vero e proprio divertimento del film è quello di vedere con quale trovata d'effetto il nostro eroe di turno riuscirà a salvarsi e battere l'avversario di turno.  

Uno dei tanti folli (quanto lui ovviamente) avversari di Hentai Kamen
All'occhio critico ci sono molti difetti: la trama è abbastanza semplice e alla lunga ripetitiva. Sopratutto la seconda parte (durante lo scontro con il Falso Hentai Kamen) risulta troppo lunga e pesante da digerire. Non mancano neanche i buchi di trama, per esempio cosa sia alla fine il tesoro tanto bramato da Tamao Ogane, che la sceneggiatura butta come scusa per muovere la trama poi dimenticarsene completamente. I personaggi principali e secondari non hanno alcuna caratterizzazione rispettabile e sono più simili a macchiette su schermo. Si sente molto che la sceneggiatura riprende molto lo schema del battle shounen, con nemici via via sempre più forti e ostici da battere. La cgi è buona ma non eccelsa.



Il mio consiglio è di dargli un'occhiata, se non siete abituati al trash giapponese potreste essere all'inizio leggermente confusi e imbarazzati ma sono sicuro che dopo pochi secondi verrete sicuramente catturati al "laccio" di questo folle eroe da cui tutti dovremmo prendere esempio.

 Potete vedere il film sulla piattaforma streaming VVVVID qui

lunedì 27 novembre 2017

Solomon Kane: Fenomeni osservabili di Paul DI Filippo - Recensione -


Nella Nuova Inghilterra la guerra contro le selvagge tribù indiane è più aspra che mai e nessuna delle due parti risparmia orrori e dolore all'altra. Il capo indiano Metacomet, noto anche con il nome cristiano di Re Filippo, ha scatenato le forze occulte che si celano sulla terra, cosa che gli ha permesso di ribaltare la situazione. I coloni ormai alle strette chiamano al loro soccorso un campione puritano, che tutti i fan di Robert E. Howard conoscono sicuramente, stiamo parlando di Solomon Kane forse il personaggio più complesso psicologicamente dello scrittore texano. Come giovane assistente Solomon si troverà il giovanissimo Cotton Mather, futuro ispiratore dei processi di Salem.
Paul Di Filippo è un autore che mi piace tantissimo, i suoi racconti fantascienza sono qualcosa di unico, un mix ben riuscito di assurdo, comicità e fantastico con una riflessione di fondo sempre azzeccatissima che mi conquista ogni volta che leggo qualcosa uscito dalla sua mente. Amando alla follia i personaggi di Robert E. Howard potevo perdermi questo pastiche che unisce le due cose? Ovviamente no, anche se alla fine il mio giudizio negativo se abbattuto senza freni su racconto breve.

In sole trentotto pagine non mi sarei aspettato di certo un racconto perfetto, ma bisogna purtroppo riconoscere che Di Filippo non riesce a creare una storia fantasy appetibile. Le prime pagine sembrano promettenti, una storia classica del puritano, con una certa influenza dalle creature lovecraftiane che non fa mai male. Peccato che dopo le prime pagine la storia non abbia più nulla da dire e si trascini stancamente fino alla fine.

Carine le citazioni ad alcune storie precedenti scritte da Howard, ma che non altro scopo se non quello di strizzare l'occhio al fan.

L'idea di affiancare un personaggio storico (per quanto ancora in giovanissima età) è una buona idea, ma che non viene mai sfruttata appieno, rimanendo più un "special guest" letterario che qualcos'altro.

Sicuramente la parte peggiore del racconto è il finale, veramente brutto e brusco, che strugge quel poco di interesse che era rimasto per la storia (il pericolosissimo Re Filippo), facendo cadere le braccia anche al più aperto dei fan dello spadaccino puritano. Probabilmente l'idea di Di Filippo era quella di creare un storia che fungesse da banco di prova per successivi testi del medesimo genere, ma il risultato a mi giudizio non può che essere fallimentare. Anche chiudendo entrambi gli occhi e facendo finta che non ci sia Solom Kane non si riesce a salvare una storia veramente lacunosa. Un vero peccato perché alcuni elementi in campo (Il capo indiano dai poteri simili a quello dello spadaccino, i mostri richiamati dall'oscurità ecc...) se ben sfruttati e ampliati avrebbero creato un pastiche degno del personaggio di Howard.

mercoledì 22 novembre 2017

Shin Godzilla - Recensione -


Titolo originale: シン・ゴジラ Shin Gojira
Anno: 2016
Durata: 119 minuti
Genere: azione, avventura, orrore, drammatico, fantascienza
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Sceneggiatura: Hideaki Anno
Casa di produzione: Toho Company, Cine Bazar

Nel Giappone post Fukushima la guardia costiera giapponese investiga su uno yacht abbandonato nella Baia di Tokyo, mentre le indagini sono in corso la nave viene attaccata da un essere misterioso. Si susseguono una serie di incidenti che mettono in allarme l'elefantiaca struttura governativa giapponese. Inizialmente il Gabinetto da poca fiducia alle voci che circolano nella rete di una gigantesca creatura mai vista prima e da scarso ascolto al Vice Capo Segretario del Gabinetto del Giappone Rando Yaguchi che è invece di parere opposto. Quando ormai la comparsa del mostro sulla terra ferma è palese il governo impiega tutti i mezzi possibili per fermare il mostro, nel frattempo ribattezzato Godzilla. Purtroppo tutti i tentativi fatti si rivelano inutili e sul paese ricompare lo spettro della bomba atomica (l'unico strumento a parere delle Nazioni Unite capace di fermare Godzilla). Un pugno di disperati considerati prima di quel momento dei falliti cerca sotto la guida di Yaguchi di trovare un mezzo per fermare il mostro e bloccare lo sgancio dell'ordigno nucleare sulla città di Tokyo.

Shin Godzilla nella sua prima apparizione 
Godzilla è uno dei simboli dell'industria cinematografica Giapponese, fin dall'inizio legato a doppio filo con l'energia atomica, da una parte infatti l'energia atomica funge sia "carburante" che da causa scatenante del mostro, dall'altra il mostro è il monito dei pericoli che l'energia atomica e della scienza senza controllo può scatenare (e che il Giappone aveva scoperto direttamente sulla sua pelle con i terribili bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki nell'agosto del 45). Ad unire ulteriormente i due temi si unisce il tema giapponese sempre sentito fin dall'antica del pericolo di una natura fuori controllo (di cui Godzilla si può benissimo definire una sintesi. Infatti in quasi tutti i film il mostro si può fermare temporaneamente ma mai sconfiggere completamente) . Il concetto di Godzilla è nato nel 1954 con il primo omonimo film e ha prodotto ben trentuno seguiti (di cui 29 prodotti dirittamente dalla  Toho Company). Rispetto ai precedenti Shin Godzilla è realizzato come un reboot della serie.

Quello che stupisce di più in questo film è il fatto che il mostro ha un ruolo molto più defilato di quello che uno si aspetterebbe. Infatti gran parte del film si concentra sulla pesantissima macchina burocratica giapponese, messa in costante critica dal duo Anno & Higuchi, con le sue interminabili riunioni, gli infiniti confronti con varie autorità per ogni decisione da prende, i continui passaggi di autorità di livello per incapacità di prendere una decisione senza il consenso dall'alto, la mal digerita sudditanza militare dagli Stati Uniti, l'elevata età di tutti i funzionari al comando ecc. Il tutto mentre Godzilla semina panico e distruzione, e dove sembra che l'unico elemento d'importanza sia il PIL nazionale.  

Godzilla nella sua terrificante versione finale.
Non mancano comunque gli aspetti positivi come lo spirito di sacrificio, la capacità di non arrendersi anche nelle situazioni disperate, la capacità organizzative infinite. Rappresentate da un gruppo di lupi solitari, nerd e impiegati senza futuro perché incapaci di accettare le tacite regole della politica. Un gruppo che combatte costantemente contro gli USA e le Nazioni Unite, dalla concezione politica molto più snella e rapida nel prendere una decisione rispetto alla struttura decisionale nazionale(anche se spesso come dimostra il film non la più oculata possibile).

Tanto che la contrapposizione delle due interpretazioni del potere possono essere interpretate dai due personaggi di Rando Yaguchi e Hideki Akasaka, il primo incapace di scendere a patti con le fredde regole dell'economia e della politica, l'altro invece che accetta e segue cinicamente tale regole. Una visione della politica si contrapposta, ma sempre usata per il bene del Giappone e mai per interesse personale. 

Naturalmente quando il mostro compare l'ansia sale vertiginosamente, sopratutto nella sua versione finale, dove sembra che qualsiasi arma scagliatali contro non sortisca nessun effetto positivo anzi portando il mostro a sviluppare nuove e micidiali armi d'attacco. Tanto da essere giustamente definito una folle divinità della distruzione, una creatura che sembra nata per gettare sulla umanità tutto quell'inquinamento che essa ha riversato nella natura fino a quel momento, tanto che Godzilla non è altro che riproposizione in chiave biologica di un gigantesco reattore nucleare (e il paragone con il disastro di Fukushima si fa evidente in molte scene). 

Un altro punto interessante di visione è il messaggio di speranza che viene dato alle nuove generazioni le uniche che possano per il film cambiare il futuro della nazione. Tanto che i personaggi del film affermano chiaramente che la loro attuale generazione politica deve lasciare spazio a nuova classe più comprensiva dei reali problemi ambientali. 

La regia di Anno e Higuchi è veramente ottima, con un ritmo serrato e avvincente nelle scene che coinvolgono gli umani, mentre le scene con il mostro sono spettacolari per l'impatto visivo della potenza del mostro e delle armi dell'esercito. In alcuni scene e poi molto evidente la visione registica di Anno, tanto che si aspetta da un momento all'altro la comparsa di un EVA. 

In definitiva è un film che consiglio "energeticamente" di vedere, anche se il genere Kaiju non rientra nel vostro genere preferito sono sicuro che saprà intrattenervi a dovere.

lunedì 20 novembre 2017

Cerimonie nere (La città vampira di Paul Féval, Il villaggio nero di Stefan Grabinski, La cerimonia di Laird Barron) - Recensione -




Se c'è una certezza nel mondo Urania è che le collane laterali hanno sempre una vita brevissima, questo volume infatti chiude Urania Horror (o forse si tratta solo di un pausa per rinascere in un nuovo formato chissà) con un interessante e grosso volume, che propone una sorta di best of in ordine cronologico della produzione di tre grandi scrittori del panorama Horror.

Il volume si apre con "La Città Vampira" di Paul Feval (1875), un autore oggi sconosciuto ai più ma che in vita rivaleggiò per fama e successo con Doumas. Dotato di una fantasia scafata per ogni genere d'avventura, scrisse quello che si può considerare il primo thriller letterario. Come spesso accade però la vita dello scrittore non fu di certo tranquilla. Convertitosi alla religione cattolica, in un eccesso di zelo religioso distrusse o rimaneggio ogni sua opera in modo che si adattasse alla sua nuova visione spirituale. Un lavoro che lo distrusse fisicamente e mentalmente, e che unito a un tracollo finanziario, non gli lascio scampo. Incredibilmente "La Città Vampira" passò quasi indenne il nuovo furore religioso, e tranne qualche piccola revisione è sopravvissuta intatta fino a noi.

Il romanzo è una riuscita satira del romanzo gotico, che in quel periodo imperava in Inghilterra, oltre che essere una vendetta per  tutti quei scribacchini che non facevano altro che rimasticare le idee altrui (sopratutto francesi, visto che il diritto d'autore era bellamente ignorato ai tempi). Bisogna dire che il romanzo oggi può risultare difficile da seguire, sopratutto se non si ha dimestichezza con lo stile gotico, ma la verve comica dell'autore rimane veramente tremendamente efficacie ancora oggi. Tutto il romanzo è una presa goliardica sui elementi cardine dei romanzi di Ann Radcliffe. Non mancano infatti le frecciatine all'autrice inglese, per esempio che soffra di costanti vuoti di memoria e disattenzioni che rendono i suoi racconti lacunosi e pieni di errori logici o la continua descrizione dei personaggi inglesi come pregni delle migliori virtù, ma che finiscono costantemente nei guai (e sono salvati dal disastro dai loro fidati servitori). Sicuramente la parte migliore a mio giudizio è quella riguardate i vampiri e i loro poteri, molto diversi da quelli che siamo abitualmente abituati a pensare grazie al romanzo di Stoker. Si va dalla capacità di assorbire (o meglio come dice nel romano "succhiare") al proprio interno le proprie vittime per poi farli diventare suoi famigli (ogni vampiro a seconda del grado può avere anche migliaia di sottoposti) o la capacità di sdoppiare il proprio essere (e ovviamente i suoi subordinati) in due parti completamente indipendenti (anche se soggetti a particolari condizioni riguardanti le ore).

Il secondo libro proposto è Il villaggio nero di Grabiński. Contemporaneo di Lovecraft, agli orrori cosmici del primo sostituisce quelli del tempo e della soggettività interiore, dei pericoli che si possono celare dietro anche agli argomenti più ragionati. Per certi aspetti la loro produzione è molto simile, ma se quella di Lovecraft erano incentrate su un pessimismo cosmico e sul rifiuto del mostruoso, Grabiński si concentrava sulle forze esterne/interne che schiacciavano l'individuo in una dimensione più intima. Demoni si più concreti ma non per questo meno inquietanti come: la velocità, la nostalgia, l'inconscio, il fuoco e tanti altri. Tutti trasfiguranti in chimere dal sapore mitologico, che non compaiono solo nei sogni ma anche durante la veglia, tanto che anche la ragione può diventare il peggiore degli incubi. A mio giudizio il migliore autore tra quelli proposti, sopratutto per racconti come: “Demone del movimento”, “Saturnin Sektor” e “Vendetta degli elementi”  tutti racconti capaci di risvegliare in noi atipiche paure ancestrali.

Laird Barron è sicuramente un elemento valido e il suo romanzo scorre piacevolmente, purtroppo lo sviluppo abbastanza banale e le continue alternanze tra flashback e tempo presente producono un risultato abbastanza deludente a mio giudizio, sopratutto nella parte centrale veramente noiosa.

Delude un po' constatare che per concludere questa collana Urania abbia ristampato dei romanzi/raccolte che erano già stati pubblicati precedentemente da altri editori (tranne la città vampira di Fèval che risulta inedito), forse con l'obbiettivo di risparmiare il più possibile. Non che il risultato finale sia da buttare, ma diciamo che ci si aspettava di meglio.


lunedì 13 novembre 2017

Sasha e il polo Nord - Recensione -


Data di uscita: 16 dicembre 2015 (Francia)
Regista: Rémi Chayé
Durata: 81 Min

Nella San Pietroburgo fine dell'ottocento una giovane aristocratica sogna di esplorare l'artico per ritrovare l'amato nonno Oloukine, un grande esploratore partito diversi anni prima per arrivare al centro del Polo Nord e mai più tornato. La cancellazione di una sala dedicata al nonno e il ritrovamento di una pagina del suo diario con alcune coordinate del viaggio fanno decidere a Sasha, il nome della ragazza protagonista, di scappare di casa e sfidare se stessa e il clima ostile per organizzare una spedizione per ritrovare l'amato nonno. Il viaggio la porterà ad intraprendere un percorso di liberazione dai propri opprimenti ricordi e di autoaffermazione personale, il tutto mischiato con il gusto dell'avventura più pura.

Sasha è una ragazza triste, in un ambiente che lascia poco spazio di iniziativa alle donne, con genitori sicuramente non cattivi ma che non riescono a comprendere le sue aspirazioni, legata al tragico ricordo del nonno (la figura paterna per Sasha). Una ragazza perennemente imprigionata in una grigia prigione di ghiaccio che neanche il sole sembra capace di illuminare appieno. Grazie però al viaggio intrapreso Sasha imparerà prima ad avere fiducia in se stessa, e successivamente grazie alla scoperta della nave del nonno ad accettare la sua scomparsa (l’accettazione e il superamento del lutto sono uno dei temi principali del film) ed ha vivere la propria vita senza le pesanti catene del passato.

L'animazione ricorda molto quella di una illustrazione di un libro o di un fumetto, con i contorni dei personaggi poco definiti e una colorazione simile a dei pastelli. Sicuramente il colore predominane per la gran parte del film è il bianco/grigio della onnipresente neve, cosa che dona al film una caratura sognate e favolistica, tranne quando la sua ostilità si fa presente nella sua silenziosa e fredda minaccia. Ci sono poche scene dove il colore/calore (mi piace molto questo abbinamento) si fa dominante, sicuramente quella più riuscita è a mio giudizio quella finale dove una nuova Sasha guarda un tramonto dai colori fortemente sgargianti e che scaldano il cuore.

La storia in se è abbastanza classica, ma con interessanti sviluppi: c'è la volontà di parificare i generi ma rispettando la femminilità del personaggio e senza quella forzatura che porta spesso i personaggi femminili a diventare dei simil uomini in gonnella come piace a molti produttori (alla Xena per intederci). Un riscatto sociale realistico e non il semplice disneyano "in me c'è di più", l'avventura per il semplice gusto di esplorare ecc.

Non mancano purtroppo le forzature e alcuni personaggi sono caratterizzati poco e male (i due fratelli che governano la nave dove si imbarca Sasha per dire) e una relazione amorosa molto blanda lascia il tempo che trova. Il finale tronco e senza un palese "E vissero tutti felici e contenti" potrebbe lasciar deluso qualcuno ma personalmente l'ho trovato una scelta azzeccata, sopratutto se la si guarda nell'ottica di un viaggio di scoperta dell'io della protagonista, dalla famiglia che si crea da se attraverso le conoscenze che si fanno nel corso della nostra vita, dell'esplorazione e del viaggio come coronamento di quella sete inestinguibile di curiosità che ogni uomo ha da sempre e che possiamo fermare per pochi istanti grazie alla visione di un orizzonte carico di promesse.

Le musiche sono veramente belle, scritte dal musicista Jonathan Morali, che probabilmente molti ricorderanno per alcune canzoni presenti nel videogioco Life is Strange.


Un vero peccato che il passaparola in Italia su questo film si stato veramente scarso. Certo non ci troviamo di fronte a un film perfetto, ma ha sicuramente qualcosa da dire. Quindi se ne avete la possibilità vi consiglio di recuperarlo in dvd.


lunedì 6 novembre 2017

Le avventure di Joe Speedboat di Tommy Wieringa - Recensione -




Nella sonnacchiosa città di Lomark vive Fransje, un ragazzo che a causa di un assurdo incidente non può più ne parlare ne muoversi (tranne che per il braccio destro), dedicandosi totalmente da quel momento in poi nel registrare ogni evento che gli arrivi alle orecchie della sua piccola e comatosa città. A interrompere la routine quotidiana arriva il giovane Joe Speedboat (nome che il ragazzo si è dato da se per nascondere il proprio vero e banale nome), ragazzo folle e geniale allo stesso tempo, che con la sua personalità magnetica creerà un gruppo di amici affiatati (di cui farà parte anche Fransje) con cui realizzare i più folli progetti, dalle bombe a un aereo fai da te per vedere le "grazie" di una vicina naturalista, arrivando perfino a modificare un escavatore per partecipare alla Parigi- Dakar. Affrontando insieme il difficile e inevitabile percorso di crescita che porterà i due protagonisti ad abbandonare il mondo dei sogni e delle possibilità infinite per il regolare e monotono mondo degli adulti. Un romanzo di formazione che fa del movimento (inteso come sviluppo) il proprio inno spirituale.

Il romanzo di Tommy Wieringa è riuscito nello stesso tempo a conquistarmi (tanto da rimanere fino a tardi sveglio per finirlo in una botta sola) e allo stesso tempo deludermi, lo so è una sensazione strana da definire. Quello che mi è piaciuto del romanzo sono le sue riflessioni morali, che riescono a colpire duro allo stomaco nella loro semplice e cristallina visione, una visione che mi ha fatto riflettere molto. Le vicende di Papà Africa, con il suo desiderio di fuggire da un mondo grigio e vuoto per tornare al sole d'Egitto, o di PJ con il suo vuoto interiore che cerca di riempire con le peggiori nefandezze, non posso che colpire per la profondità di visione. Sopratutto perché l'autore è bravo a svelare il mistero dietro ai personaggi un pezzo di puzzle alla volta. Sopratutto nella visione d'insieme della città di Lomark che Wieringa da il meglio di se, con una comunità quasi cartunesca e goliardica nel suo aspetto, con i cittadini che sembrano usciti dritti dritti da un romanzo di Dahl. Sopratutto il personaggio di Joe Speedboat è veramente fantastico, una sorta di folletto votato al movimento tecnologico e che con la sua forza di volontà sembra costantemente in bilico tra sogno e magia.

Il problema grosso di "Le avventure di Joe Speedboat" è il suo tentare di essere romanzo di formazione e allo stesso tempo un romanzo d'avventura, risultando un miscuglio mal riuscito dei due. C'è troppa carne sul fuoco, e il romanzo non riesce mai a prendere una direzione chiara nello sviluppo della storia e si finisce per saltellare da una vicenda ad un altra senza costrutto. Il tanto decantato viaggio per combattere nel mondo dei tornei di braccio di ferro si rivela sostanzialmente deludente (tranne qualche piccola parte, come quando Fransje scopre il vero e banalissimo nome di Speedboat). Il protagonista dovrebbe essere Fransje, ma risulta fin troppo passivo e poco interessato alla propria condizione fisica (ai limiti della apatia) da sembrare più un narratore onnisciente troppo coinvolto nelle vicende di Speedboat e company. Gli spunti interessanti ci sono, ma sono raramente sviluppati come dovrebbero (I padri di Fransje e Joe per dire una avrebbero sicuramente bisogno di maggior spazio), ma finiscono per essere messi in secondo piano per eventi superflui (La Parigi-Dakar in primis). I personaggi principali avrebbero bisogno di un maggior sviluppo caratteriale, tanto da sembrare che siano rimasti congelati nel tempo.

In definitiva Le avventure di Joe Speedboat è un romanzo piacevole, ma per gli elementi sbagliati. Una storia che con una buona sforbiciata sarebbe stato un ottimo romanzo di formazione.

mercoledì 1 novembre 2017

Mazinga Z Infinity - Recensione -


Anno: 2017
Durata: 95 min
Genere: animazione, fantascienza, azione
Regia: Junji Shimizu
Sceneggiatura: Takahiro Ozawa
Casa di produzione: Toei Animation

Mazinga Z (o se preferite la trascrizione più fedele Mazinger Z) non credo che abbia bisogno di presentazioni. Padre di quel genere robotico che tanto successo ha avuto nel mondo dell'animazione giapponese (anche se non mancano illustri precedessori come Tetsujin 28/Super Robot 28, Astroganga e molti altri ecc), finendo per definire le basi del genere a cui poi tutti gli altri si rifaranno per ricreare le proprie storie. L'idea venne come molti sanno mentre Go Nagai era bloccato nel traffico, l'autore infatti immaginò quanto sarebbe stato bello potersi allontanare dalla zona usando le gambe della propria autovettura. Naturale quindi che per festeggiare il 45° anniversario della serie la Toei producesse un film per omaggiare uno dei suoi più grandi successi. 

La trama si svolge dieci anni dopo la sconfitta dell'impero Sotterraneo, il nostro eroe Koji ha smesso i panni di pilota del Mazinga Z per diventare un ricercatore. La pace regna ormai sovrana nel mondo, grazie anche alla energia fotonica, che ha permesso di togliere tutte le fonti energetiche inquinanti o pericolose. A sconvolgere questo stato di cose ci pensa un redivivo Dottor Inferno, che vuole impossessarsi di una recente scoperta, un nuovo e potentissimo Mazinga, capace da solo di piegare con la sua possente forza il continuum-spazio temporale. Chi ne diventerà il padrone potrà diventare a sua scelta un demone o un dio.  

Quello che più mi ha stupito di Mazinga Z Infinity è la sua buona qualità grafica, sopratutto nei combattimenti, dove grazie a un sapiente uso della grafica in CGI (anche se la qualità non è proprio il massimo) assistiamo a combattimenti veramente coinvolgenti e appaganti. Anzi il nuovo design di Mazinga Z è veramente spettacolare, rendendolo si più realistico ma allo stesso tempo rimanendo fedele allo stile più semplice dell'originale, veramente un ottimo lavoro. Sicuramente per un quarantenne cresciuto a pane e Mazinga rivedere riprodotti in modo dannatamente fedele tutta la schiera di mostri meccanici del Dottor Inferno deve essere qualcosa di veramente godurioso, peccato che la sovrabbondanza di nemici ne releghi la maggior parte a una comparsata anonima sullo sfondo.

Il fan service è ovviamente presente, ma non sempre riuscitissimo, ma perlomeno divertente da vedere. Sicuramente è molto bello rivedere la classiche macchiette comiche della serie come Boss e i suoi assistenti o i due professori (che io ricordavo fossero in tre, ma forse mi sbaglio io). 

Il doppiaggio è buono, ma probabilmente un purista storcerà molto il naso per l'uso di tradurre tutti i colpi in italiano invece di usare una terminologia corretta, volta probabilmente ad attirare il vecchio fan nostalgico. Scelta discutibile, ma comprensibile, anche se il criterio di traduzione rimane abbastanza nebuloso visto che non tutti i termini sono stati tradotti o riprodotti con i termini del doppiaggio storico. 

Probabilmente il punto debole del film è la sceneggiatura, che nel tentativo di attirare i giovani cerca di creare una storia più complessa, peccato che il risultato finale sia disastroso su tutti i fronti. Il canovaccio rimane quello vecchia scuola di Mazinga, ma con improbabili derive sul valore della famiglia (unico sbocco per il film di una relazione amorosa assieme alla prole) e idee fantascientifiche che fanno acqua da tutte le parti, e che non hanno altro scopo che permette di far comprendere come i nostri eroi sono "complessi". Anche se lo sviluppo di alcuni personaggi legati al Grande Mazinga mi ha piacevolmente sorpreso.

Neanche i cattivi escono bene da questo casino, con una apparente maggiore complessità negli intenti, ma che però dura solo per il volgere di una frase, per poi tornare al classico tema della "conquista del mondo". Onestamente passi per Sayaka, ma vedere Koji disquisire di fisica quantistica con nonchalance fa veramente ridere. Da dimenticare totalmente il personaggio originale di Lisa, che per quanto abbia qualche spunto interessante, si traduce in un personaggio davvero irritante per il suo infantilismo e pochezza caratteriale.

In definitiva Mazinga Z Infinity che convince pienamente solo nelle scene di combattimento e nella sigla di testa (riarrangiata dal mitico Mizuki Ichirou, lo stesso cantante che aveva cantato la sigla originale), per il resto perdendosi divagazioni totalmente inutili che vorrebbero rendere più complessa la storia ma che finiscono solo per rendere inutilmente pesante una storia che non aveva bisogno di tali accorgimenti. Sopratutto è un film che nonostante i tentativi di svecchiamento rimane rivolto principalmente ai fan storici, anche perché per capire la storia bisogna avere almeno un minimo di conoscenza del background del robot, ma ho comunque notato che i bambini in sala sono rimasti sostanzialmente contenti della visione. Quindi se cercate un film da rivedere in famiglia per far rivivere il mitico Mazinga sarete soddisfatti, altrimenti vi consiglio di cercare altro. 

martedì 24 ottobre 2017

L’uomo dai piedi di fauno di Vasco Mariotti - Recensione -


In una Torino anni 30, ma che ricorda per molti versi la Londra di Sherlock Holmes, viene ritrovato il cadavere il barone Leone Fermentini di Brienza. Il tutto potrebbe essere frutto di un delitto passionale visto l'attitudine libertina del barone, se non fosse che il suo corpo viene ritrovato triturato da braccia potenti come una pressa industriale, per non parlare delle strane impronte a forma di zoccoli di capretto e degli strani peli trovati nell'appartamento. La polizia non sa che pesci pigliare e il commissario Lamberti chiede aiuto al geniale detective Gastone Uliani (un novello Holmes in salsa italica) per risolvere il caso. Un strano caso che crea un ottimo mix tra giallo classico e horror alla Dottor Jekyll e Mr Hyde, con una spruzzata di mad doctor e tematiche amorose. Un romanzo veramente godibile nonostante il passare del tempo.

L’uomo dai piedi di fauno (1934) è la prima e più famosa opera di Vasco Mariotti, geniale e poliedrico scrittore che nella sua vita da scrittore spazio in diversi generi popolari, senza mai perdere la sua vibrante abilità e vivacità nello scrivere storie decisamente appetibili anche per i nostri standard attuali. La sua opera dimostra come l'abilità dei giallisti italiani non fosse inferiore a quella degli omologhi inglesi e americani, che successivamente (oggi come ieri) diventeranno i campioni del genere.

Fin dal titolo inusuale sia ai tempi che oggi per un giallo l'opera di Mariotti attira l'attenzione del lettore. Una strana avventura, che mischia sapientemente vari generi letterari in una maniera cosi abile che difficilmente ci si aspetterebbe in un novizio (Da "Frankenstein" a "I delitti della Rue Morgue"). Una storia dal sapore un po' retro per i gusti attuali: la donna protagonista è attorniata da un candore verginale ottocentesco, i poliziotti si fanno gli scongiuri toccando ferro e i commissari erano chiamati "cavalieri" , ma dannatamente affascinanti. Una storia che sa conquistare fin dalla prima pagina, con un mistero che si dipana con i giusti tempi e sa dare ottimi colpi di scena. Sopratutto la tematica del mostro è dannatamente interessante.

Ci sono comunque dei difetti riscontrabili ma tutto sommato perdonabili. Il protagonista Gastone Uliani è troppo perfetto, un pozzo di scienza infinito che disquisisce su tutto un po' come il suo omologo inglese, ma senza quel mix di difetti che rendevano il detective residente in 221b di Baker street cosi interessante. L'intreccio narrativo è interessante, con un mix gustoso di enigmi sparsi nel romanzo. Peccato che l'enigma più grosso, quello che da nome al romanzo, non sia alla fine spiegato cosi bene e i tentativi di dare una spiegazione razionale (o meglio fantascientifica) al mostro risultano insoddisfacenti e troppo macchinosi, e in alcuni punti fin troppo teatrale nel risultato. L'enigma dietro alla ghianda di metallo è quello che mi ha deluso di più. Troppa carne sul fuoco per una storia che avrebbe giovato di una soluzione più misteriosa.     

lunedì 16 ottobre 2017

La leggenda della nave di carta AA. VV - Recensione -



Un famoso proverbio dice che non si bisogna giudicare un libro dalla copertina, ma bisognerebbe aggiungere che non bisogna neanche acquistare un libro per una "magica" parola presente nel titolo del libro. Parlo proprio di quel "racconti di fantascienza giapponese" che attira subito l'attenzione del lettore. La leggenda della nave carta è una raccolta di sedici racconti di fantascienza (ma è una definizione ingannatoria, ma vedrò di spiegarmi meglio successivamente) che partono dalla bomba atomica su Hiroshima fino agli ultimi anni del 900.

Lo devo ammettere anch'io sono stato attirato dalla magica parola "giapponese", ma dopo essere arrivato all'ultima pagina devo ammettere di essere rimasto parecchio perplesso di fronte al risultato finale di questa raccolta. Capisco che l'obbiettivo dichiarato dei curatori (che non sono italiani) era quello di mostrare uno spaccato di fantascienza nella sua espressione più giapponese, ma il risultato finale mi è sembrato più un calderone dove buttare alla rinfusa qualsiasi racconti che paresse interessante che una reale raccolta di fantascienza, sopratutto quello che più manca è un filo conduttore che ricolleghi i racconti a un argomento comune e non tutti i racconti possono riscontrarsi nel genere fantascientifico (La bocca selvaggia per esempio è più horror/splatter che fantascientifico). Cosa che guasta molto il risultato finale del testo.

Altro punto a sfavore a mio giudizio è il fatto che l'edizione italiana non traduce i testi direttamente dalle loro versioni giapponesi ma è una ritraduzione della versione inglese con l'ovvio svantaggio dell'appiattimento di ogni possibile sfumatura del testo originale. La data d'uscita della raccolta (fine anni 80) esclude a mio giudizio un periodo interessante della letteratura giapponese e per perciò avrei preferito che la raccolta fosse stata aggiornata con qualche racconto aggiuntivo un po' più recente ( per non dire che 16 autori sono una goccia della vasta produzione orientale).

Molto interessante la prefazione che vede riproposizione di diverse dichiarazioni di bambini sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima in tutta la loro angosciosa crudezza, che per molti aspetti mi ha ricordato il film di animazione giapponese "Una tomba per le lucciole".

"Il giorno dopo, mia madre e mio padre andarono a cercare mia sorella, ma non la trovarono. Accompagnai mio padre nel pomeriggio, ma le strade erano pericolose con tutti quei fili del tram attorcigliati e caduti. Andammo sulla riva del fiume e vedemmo ragazzini e ragazzine dell’età di mia sorella. Erano distesi in gruppi, agonizzanti. Imploravano un bicchiere d’acqua dai passanti. Mio padre diceva:«La tua mamma e il tuo papà stanno sicuramente venendo a cercarti, fatti coraggio e non mollare. Non dicevano nulla, ma i loro visi enfiati e ustionati cercava­no di sorridere."

Alcuni racconti sono davvero piacevoli e rispetto ai loro omologhi occidentali hanno una maggiore introspezione sulle pulsioni umane (sopratutto quelle più estreme e animalesche come il nichilismo e il sesso). Degni di menzione sono i racconti: "La leggenda della nave di carta",  "La scatola di cartone" e "Bokko-Chan". Il primo che sembra inizialmente un racconto favoleggiante si trasforma in una amara riflessione sui viaggi spaziali; il secondo è una parabola del vuoto appagamento della nostra società consumistica e l'ultimo è una riflessione umoristica nera sull'uomo.

In definitiva "La leggenda della nave di carta" è una raccolta interessante di opere giapponesi, ma troppo confusionaria nella proposta e ormai leggermente datata come selezione, che rischia di essere più comprata per la parola "fantascienza giapponese" che per il reale valore della proposta. È  un titolo che consiglio per esplorare la fantascienza giapponese, che da noi non è mai riuscita a penetrare nella cultura occidentale se non attraverso manga e anime, ma con la considerazione che si tratta solo della piccola punta di un enorme iceberg.

lunedì 9 ottobre 2017

Ghost in the Shell (2017) - Recensione -


Anno: 2017
Durata: 106 min
Genere: azione, drammatico, fantascienza, poliziesco, thriller
Regia: Rupert Sanders
Soggetto: Ghost in the Shell di Masamune Shirow


Nel futuro la razza umana fa abitualmente uso di costosi innesti cibernetici per migliorare la propria vita. Ciò porta alla creazione di nuovo crimini legati a questa nuova realtà, per arginare tale crimine viene creata la Sezione 9, guidata da Mira Killian (primo esemplare di essere umano con un corpo totalmente cibernetico, a cui viene associato un cervello umano). La squadra si troverà invischiata in un misterioso caso che vede contrapposta la Hanka Robotics (industria responsabile della creazione del corpo della ragazza) e un misterioso individuo che sta eliminando l'uno dietro l'altro gli scienziati coinvolti con l'azienda. 

Sia il manga di culto del 1989 di Masamune Shirow, sia i film tratti da esso da Mamoru Oshii sono tra i miei prodotti preferiti per quanto riguarda Cyberpunk giapponese, quindi potrete immaginare con quanta ansia aspettassi l'uscita di questo film, sopratutto visto quanto gli yenkee si siano dimostrati scarsamente capaci di adattare un prodotto estero al loro gusti. Alla fine della visione posso tranquillamente affermare che ci troviamo di fronte a una delle migliori trasposizioni di un prodotto giapponese fatto da Hollywood, ma si tratta di una amara vittoria di Pirro (e un gigantesco flop per il film).

Lasciando perdere le accuse di Whitewashing mosse alla produzione della parte più scema e in perennemente contraddizione con se stessa di internet (buoni solo per far trovare un comodo escamotage per giustificare il flop del film), a mio avviso totalmente ingiustificate nel film, anche perché i problemi grossi del film si trovano altrove. Infatti la maggior parte degli attori americani impersona bene la propria controparte animata, sopratutto il maggiore (Scarlett Johansson) e Daisuke Aramaki (Takeshi Kitano) azzeccatissimi nei ruolo ruoli, anche se bisogna dire che Scarlett non si dimostra mai convintissima del proprio ruolo.

Il film si dimostra visivamente d'impatto, con ambienti ben realizzati e tutto sommato accattivanti, una buona CGI insomma, con una buona dimostrazione di una città a metà tra New York e Hong Kong. Le Geisha robot sono spettacolari quando compaiono in azione (anche se anche qui, come in molte altre scene, ripresa dai film animati). Il problema? È che il film dimostra una totale mancanza di azzardo (questa parola risuonerà spesso in questo film) e immaginazione, riducendosi a una tristissima riproposizione del mondo come inteso da Blade Runner trenta'anni prima, con tanto di gigantesche pubblicità con Geisha ammiccanti tra i palazzi. Capisco che Blade Runner sia un cult intramontabile, ma la fantascienza filmica americana dovrebbe liberarsi di questo scomodo fantasma.

Mi è poi piaciuto molto il fatto che il maggiore debba dare sempre il proprio consenso vocale prima di subire i vari interventi di riparazione, in una sorta di formula del consenso che ricorda molto le procedure d'installazione dei nostri pc/smarthphone, e che potrebbe essere veramente un spiraglio del nostro futuro. L'unico elemento a mio giudizio dove il film si dimostri più innovativo della sua controparte animata, peccato che poi la cosa rimanga lettera morta.

Il problema grosso di questo film è il fatto che il materiale di partenza è stato fin troppo semplificato. I dubbi filosofici e umani dietro la tecnologia sono ridotti a blande frasi di circostanza, c'è una nettissima distinzione tra buoni e cattivi in modo che lo spettatore non si debba sforzare troppo (mancavano solo i baffi e il mantello da operetta per il cattivo ed eravamo a cavallo), motivazioni così blande da sembrare un cartone animato, dialoghi totalmente inutili per ribadire l'ovvio e allungare il bordo di una sceneggiatura che altrimenti non avrebbe nulla da dire dopo 30 minuti. Il dictat finale sembra essere quello di evitare qualsiasi azzardo di riflessione, anche sulle cose più banali, tanto che gli sceneggiatori sembrano fare i salti mortali per dare giustificazione a tutto, anche quando non sarebbe necessario. Certo alla fine il film ne guadagna in scorrevolezza e le scene d'azione sono ben fatte (anche se Rupert Sanders si dimostra incapace di dare una sua visione al film e si limiti a riproporre le scene iconiche del film di Oshii, con qualche scena a fare da collante), ma a che pro? Emblematica a questo punto è la scena del netturbino, riproposta fedelmente dal film anime, ma eliminando totalmente il dramma del personaggio che si ritrova un passato non suo e per giunta totalmente falso, ma che il film usa solo come escamotage per far andare avanti il film.

In definitiva il film sembra la sagra del vorrei ma non posso, anche quel poco di azzardo che ci viene mostrato è sempre calcolato (come la scena presente nel trailer del bacio saffico tra il maggiore e una ragazza, opportunamente scomparso nel film), in modo da cercare di non scontentare nessuno. Un film che visivamente rimane d'impatto, ma che non riesce a scrollarsi di dosso quella patina anni 80 e cyberpunk d'annata. La trama va liscia come un treno, ma non lascia nulla dietro di se e dopo pochi minuti dalla visione il film si dimentica facilmente. È un vero peccato che non ci sia stata una maggiore volontà di rischiare con una trama che riprendesse meglio il messaggio cyberpunk di Oshii e Shirow. Un bel film da noleggiare, ma che non riesce a tenere il passo con il suo illustre papà. 

lunedì 2 ottobre 2017

Battle Royale di Koushun Takami - Recensione -


Battle Royale è un romanzo cosi pesante e violento, che difficilmente uscirà dalla vostra memoria. Una denuncia fortissima al sistema scolastico giapponese, cinicamente volto alla perfezione e all'eccellenza. Nel 1999 il trentenne Koushun Takami pubblica il suo primo e unico romanzo sconvolgendo l'intero Giappone. In Italia come sempre bisognerà aspettare l'enorme successo del manga per vedere pubblicato in sordina il romanzo in lingua nostrana (esattamente dieci anni dopo l'uscita in Giappone).

Nell'ipotetico futuro 1997 (il romanzo era stato scritto nel 1996) il Giappone come noi lo conosciamo non è mai esistito, sostituito da un paese dittatoriale chiamato "Repubblica della Grande Asia dell'Est". In questo mondo distopico ogni anno una classe di quindicenni a caso si ritrova a partecipare a quella che sembra a tutti gli effetti una gita scolastica, ma che invece nasconde il misterioso e terrificante Programma n. 68, meglio conosciuto come Battle Royale (espressione ripresa da un tipo di match a eliminazione del wrestling dove più partecipanti si affrontano sul ring fino a quando non rimane che un singolo lottatore sul ring).

I ragazzi si troveranno in un gioco infernale dove in premio c'è la loro sopravvivenza, ognuno di loro inizialmente cercherà di trovare un modo per fuggire da questo situazione e di formare alleanze strategiche con i propri amici, ma dopo poco la disperazione e la sfiducia nel prossimo prendono il sopravvento nei loro cuori. Quindi basta un ricordo di un dispetto o una antipatia, gelosie o una nomea negativa,  per scatenare le peggiori rappresaglie e distruggere ogni possibilità di unirsi in un gruppo (anche nei gruppi già formati), trasformando il tutto in un cruento gioco al massacro. A dare ulteriore spinta c'è la minaccia sopita, ma sempre presente del collare esplosivo che ogni partecipante indossa, che si attiverà se nessuno verrà ucciso nelle ventiquattro ore successive o se ci si troverà a transitare in una zona vietata (per costringere i partecipanti a combattere tra di loro viene attivato un meccanismo automatico che ogni tot ore elimina una parte della mappa come zona transitabile). Non marcheranno però le dimostrazioni di amore e amicizia tra diversi partecipanti, ma loro bontà sarà un pregio o una debolezza in gioco che punta al massacro? purtroppo solo un partecipante può sopravvivere al Battle Royale.

Takami riesce a ricreare un campionario apprezzabile di essere umani, ognuno ha la propria vita e desideri, per quanto molto spesso si tratti di personaggi fortemente stereotipati, come l'otaku strano ma buono, il campione di arti marziali fosco, il bullo e suoi scagnozzi ecc. Quindi c'è chi accetta fin da subito il gioco per i proprio tornaconto, chi per disperazione, chi per paura, ma tutti alla fine troveranno una giustificazione per perpetrare omicidi su omicidi su quelli che fino al giorno prima erano i propri compagni di classe o amici.

Il romanzo riprende il filone vivo negli anni 70-80 del gioco estremo e violento in un mondo distopico come "Rollerball", "L’uomo in fuga", ma aggiungendoci una forte dose di ribellione giovanile, che in paese come il conservatore Giappone è un tema molto sentito.

La mappa dell'isola dove si svolge il battle royale.
Due volte al giorno vengono comunicate le aree vietate
e conto dei ragazzi morti dall'annuncio precedente.
Interessante il fatto che non tutti i personaggi hanno vere e proprie armi. Infatti se la maggior parte degli studenti riceve armi vere, altri ricevono oggetti completamente inutili come freccette, forchette o boomerang. In particolari casi, al posto di un'arma, si riceve un oggetto utile ai fini del gioco come un radar in grado di captare gli studenti nelle vicinanze o un giubbotto antiproiettile. Cosa che aumenta se possibile il grado di frustrazione e paura nel partecipante, e allo stesso tempo fa comprende la perversità degli organizzatori.

Se per l'occidente il solo mostrare una pistola in mano ad un ragazzo è fonte di infiniti problemi e imbarazzi, per fortuna per ai giapponesi la cosa non tange più di tanto. Nulla ci viene risparmiato, accoltellamenti, avvelenamenti, squartamenti vari, in un tripudio di sangue e violenza. Se però di solito nei manga giapponesi c'è il gusto di mostrare la violenza per il semplice gusto di metterla in scena, qui la cosa è più ragionata e realistica. In fondo si tratta di un gruppo di ragazzini spaventati e insicuri, pronti al primo scricchiolio a spare invece di pensare lucidamente.

La trama è ben congegnata. I tempi sono gestiti in maniera discreta, la tensione rimane per la maggior parte del romanzo su livelli accettabili, l'attenzione non cala. Una storia dura, cruda e cinica.

La parte migliore del romanzo è come i personaggi subiscono il trauma del partecipare al Battle Royale e il modo con affronto la cosa, ognuno in modo particolare. C'è la coppia che decide di suicidarsi per non macchiare il loro amore, il ragazzino debole che si fa vincere dalla paura, una coppia di amiche che decide di credere nella bontà del prossimo e cerca di organizzare una resistenza pacifica, un gruppo di bulli che cercano conforto nel loro capo geniale. Una gradazione di sfiducia e speranza veramente interessante.

Purtroppo ci sono anche molti difetti.

Takami come detto sopra è uno scrittore alle prime armi e la cosa si vede benissimo fin dalle prime pagine. Lo stile è molto semplice ed elementare, con capitoli brevi e frammentari, spesso caotici, visto la volontà dell'autore di darci una visione completa degli eventi. Qui e là l'autore infilerà a forza un narratore onnisciente che ci darà ulteriori informazioni sulla vita di alcuni personaggi in modo anche abbastanza spocchioso. Forse in parte dipeso da una traduzione non proprio fatta a regola d'arte, ma rimane solo una mia impressione senza conferme esterne.

Logo del programma
Come detto sopra la caratterizzazione dei personaggi è molto elementare e riprende molto gli stereotipi da manga ad ambientazione scolastica. La cosa è comprensibile vista la mole di studenti da tratteggiare (42 in totale), ma almeno per i personaggi principali ci sarebbe aspettato un maggior impegno da parte dell'autore, almeno per dare un po più di colore a questa grigia schiera di ragazzi e ragazze che compaiono solo al momento del loro omicidio per poi sparire come se non fossero mai esisti. Un vero peccato perché la trama si arena più volte nel corso del romanzo per situazioni straviste e tritatissime, che non permettono mai di avere un minimo di affiatamento o perlomeno di simpatia con i personaggi (Per esempio: Noriko è la ragazza dolce, buona e sensibile senza particolari abilità vista in mille opere manga. Shuya è invece il belloccio della classe amato da mezzo comparto femminile e abilissimo negli sport). Sopratutto deludono i personaggi antagonisti principali Kazuo Kiriyama e Mitsuko Souma, il primo è letteralmente la versione studente giapponese di terminator (sia per resistenza agli attacchi nemici, che per la mancanza di sentimenti), decide di partecipare al torneo per motivazioni risibili e con l'unico scopo di fornire a Koushun Takami un comodo escamotage per eliminare facilmente un grosso numero di studenti. Mitsuko è sicuramente a mio giudizio il personaggio meglio caratterizzato dell'intero romanzo, con un background credibile e funzionale al personaggio, peccato gli spunti interessanti rimango solo abbozzi e non vengano mai sviluppati degnamente.

Altro problema è il fatto che troppo spesso, almeno nei personaggi tratteggiati meglio ci troveremo di fronte a un campione regionale dello sport x, dell'asso del computer, del maestro in quel campo ecc, tutti nella stessa classe, cosa che ammazza quasi del tutto la credibilità dei personaggi. A togliere quel poco di credibilità rimasta ci pensa l'estrema abilità di tutti i ragazzi nel maneggiare armi da fuoco o bianche, anche abbastanza pesanti come mitragliette o fucili, spesso in modo talmente esagerato da sembrare dei mini-rambo.

L'autore
Un vero peccato a mio giudizio la scarsa cura con cui è stato tratteggiato questo stato dittatoriale. Sarebbe stato interessante approfondire meglio la storia e la struttura di questo stato, ma probabilmente Takami ha preferito lasciare la cosa nel dubbio, anche perché quel poco che ci viene non sempre è ben strutturato (il perché ogni anno si svolga la battle royale, o il fatto che si accenni che ci sono 50 classi selezionate ogni anno per il battle royale, quando nel romanzo si dice che ce n'è uno solo ecc). Peccato peccato perché alcuni elementi per quanto solo tratteggiati risultavano molto interessanti, come la rassegnazione della popolazione al governo in cambio di una relativa tranquillità domestica, la figura del grande leader.

In definitiva Battle Royale è un libro diventato famoso più per il concetto che porta (tra l'altro molto interessante) che per la qualità effettiva del romanzo. Forse molto del suo clamore è dovuto in parte più al fattore Film/Manga derivati da esso, che al romanzo, comunque buono. Non fosse stato per una craterizzazione dei personaggi molto abbozzata e un stile molto elementare l'opera di Koushun Takami sarebbe una pietra miliare del romanzo giapponese, un vero peccato. Forse il suo stile era troppo ripreso da quello dei manga per funzionare in un romanzo. Personalmente consiglio comunque di dargli un occhiata, ma senza aspettarsi troppo.

lunedì 25 settembre 2017

Samurai Jack Stagione 5 episodio 7-8-9-10 - Commento -




Puntata 7

La punta si apre un flashback dell'ultima avventura di Jack con la sua spada. Il samurai infatti si sta dirigendo verso l'ultimo portale esistente (in una struttura che ricorda molto il nostro stone age), guidato da tre pecorelle. Purtroppo Aku arriva e distrugge l'ultimo portale. Il fatto di aver perso l'ultimo portale che gli avrebbe permesso di tornare a casa scatena la furia di Jack. Aku per difendersi trasforma le pecorelle in mostri e Jack per la rabbia le uccide senza pietà, in una scena dal forte impatto per la crudezza e la quantità di sangue versato.

Si torna nel presente. Jack e Ashi sono alla ricerca della spada, ritornando nei luoghi visti nel flashback. Il samurai e la ragazza si calano nel pozzo per recuperare la spada, ma nessuno dei due riesce a trovarla (molto bella scena dove un pentito Jack ritrova il teschio di una delle creature che lui aveva ucciso nell'ultimo scontro contro Aku nel passato. Accettando con ciò il suo passato). Samurai Jack comprende che non troverà mai la spada visto che è stata la spada magica ad abbandonarlo, in quanto non lo ritiene più degno di essere portata da lui in quanto ha ceduto alla rabbia/oscurità.

Aku che consiglia a Jack di non agitarsi troppo per evitare
un infarto, per poi ripensarci.
Per ritrovare la sua spada Samurai Jack intraprende un cammino spirituale attraverso la meditazione. Visivamente molto d'impatto (molto bello l'effetto cangiante quando Jack cambia colore ogni volta che supera una collina). Dopo un lungo viaggio su una barca, il samurai incontra un vecchio saggio (dalle sembianze simili a quelle di Budda) che gli chiede se si è perso, alla risposta positiva di Jack gli chiede di preparagli un tè (ricalcando gli stilemi giapponesi). Infatti per la cultura giapponese si può capire molto di una persona dal modo in cui prepara il té

Nel frattempo un esercito di Aku (che ricorda molto quello Urukai del Signore degli Anelli) si avvicina per fermare Jack. Ashi protegge Jack vista la sua impossibilità di muoversi. La ragazza  riesce con molta difficoltà a tenere testa ai soldati di Aku (in una scena molto tarantiniana). A complicare ulteriormente il tutto c'è la comparsa della madre di Ashi, che cerca di far tornare la ragazza al male di Aku, ma la ragazza illuminata da Samurai Jack non è disposta più a tornare indietro nell'oscurità. Inizia quindi una lotta tra le due (il loro combattimento è uno dei più belli dell'intera stagione), e alla fine la ragazza riesce a sconfiggere la sua ex maestra.

Il signore degli Anelli Tartakovsky edition
Nel frattempo Jack inizia la cerimonia del tè, ma comprendiamo dalla faccia disgustata del monaco che nonostante il tè abbia tutti gli elementi giusti essi non sono equilibrati tra di loro, quindi Jack deve ancora ritrovare il suo equilibrio. Qui fa la sua comparsa lo spirito negativo (la sua rabbia) di Jack, che vorrebbe che il samurai facesse del male al monaco reo a suo dire di ostacolarli nella loro ricerca della spada con frasi preconfezionate e vuote. Jack però si accorge che è stata questa suo lato ad allontanarlo dalla spada e dal suo cammino, e che se vuole recuperare la sua fidata arma si deve liberare da questa negatività. Capito ciò recupera il suo equilibrio interiore e ciò gli permette di mostrarsi degno del cospetto delle divinità Ra, Odino e Visnu, che gli offrono di nuovo la spada magica. Tornato nel suo mondo, recupera anche il suo kimono bianco (simbolo della sua purezza interiore ritrovata) ed è pronto per sconfiggere Aku.



Jack is back


Puntata bellissima e spettacolare.

Puntata 8

La puntata si apre con dei blocchi metallo quadrati che cadono dalla spazio sulla terra (e che una volta atterrati ricordano molto la stele nera di odissea nello spazio).

Jack e Ashi si trovano in una città dallo stile arabegiante dove sperano di trovare un mezzo che gli permetta di raggiungere Aku. Trovata una nave, scoprono che la stessa è piena zeppa di brutti ceffi. Si susseguono varie scenette amorose tra il samurai e la ragazza (con tanto di cliché come le loro mani che si toccano, discorsi vari sulle donne, del non detto ecc. Ma tutto gestito nei giusti tempi). Una puntata letteralmente incentrata sull'amore. Con i due che pian piano scoprono di essere innamorati l'uno dell'altra (con tanto di musica a tema).

I nemici con il retro dei loro giubbotti formano varie parole minacciose nei confronti di Jack, prima di attaccarlo. I due eroi abbandonano la nave per sfuggire ai nemici.

A causa di una tempesta di sabbia i due sono costretti a rifugiarsi nel monolite nero che si era visto nel flashback, che si scopre essere una prigione aliena, piena di creature mostruose, molto pericolose. Sopratutto con il più pericoloso di questi, un essere fatto di simil-sanguisughe, Jack e Ashi dovranno combattere. Molto divertente il fatto che Jack durante il combattimento si imbarazzi per le nudità di Ashi, il modo di lei di porsi a jack, i loro modo relazionarsi ecc. Molto bella la scena dove un imbarazzato Jack fa finta di sapere cosa sta facendo per attivare l'unica arma che può sconfiggere il mostro, quando in realtà stava solo premendo a caso dei pulsanti (infatti Ashi ha distrutto il computer per sbaglio mentre stava per rilevare le informazioni necessarie per far funzionare il meccanismo).

Molto il modo con cui combattono, in una sorta di danza amorosa, con un bacio finale liberatorio quando alla fine riescono a sconfiggere il mostro (il tutto accompagnato dalla canzone Everbody loves somebody di Martin).

Puntata  9

Dopo la battaglia il rapporto tra Jack e Ashi è ormai aperto e sincero, ci sono infatti tanti piccoli segni che dimostrano il loro profondo affetto (gli sguardi, battutine imbarazzate ecc). Anche se essendo per entrambi il primo amore non sanno bene come gestire la cosa, infatti inizialmente dopo il bacio che aveva concluso la puntata precedente sputano per il disgusto apparente. Non si può notare che entrambi sono fuori dal loro mondo, jack viene dal passato e Ashi è vissuta fino a qualche tempo fa in una caverna. Un amore sincero ma basato tutto sulla fiducia totale dell'altro, senza dubbi o incertezze nell'agire.

Il vecchio Jack lo avvisa di fare attenzione perché per la prima volta ha la possibilità effettiva di sconfiggere Aku e tornare al suo passato, anche se jack non sa ancora come fare sconfiggerlo.

L'atmosfera felice fa rivivere a jack i ricordi felici della sua infanzia, quando era solo un bambino felice sotto il regno di suo padre. Bellissima la scena dove una timida Ashi chiede al samurai se aveva una ragazza, ma inizialmente Jack capisce lucciole per lanterne, per poi imbarazzato capire il discorso.

Nel frattempo Scaramouche è riuscito dopo mille peripezie a tornare da Aku e per riferirgli il fatto che Jack ha perso la spada. Bellissima la scena dove il disperato scagnozzo prima di parlare con il suo padrone si ritrova a parlare con un statua centralino preregistrato (simile a quella dei fast food) che lo avvisa che il suo padrone è occupato. Naturalmente Aku è euforico per la notizia (tanto da lanciare in una danza della vittoria).

Jack però sente che la missione che deve compiere va compiuta in solitaria è lascia Ashi, anche se poi ovviamente la ragazza riesce a raggiungerlo. Il samurai si ferma in una zona piena di robot giganti distrutti che lui afferma di conoscere. Infatti li c'era il portale del guardiano, che da alcuni dettagli capiamo che non è sopravvisuto alla furia di Aku (altro elemento che si riccolega alle passate stagioni di Samurai Jack). Jack vorebbe che Ashi si allontanasse da li per evitare che anche lei possa perire per mano del signore oscuro.

Aku arriva sul luogo e scoperto che Jack ha ancora la sua spada fa esplode in mille pezzi Scaramouche e vorrebbe scappare perché come sappiamo egli non può far nulla contro il potere della spada magica. Aku però si accorge che Ashi ha una parte di se dentro il suo corpo, e grazie a un flashback dove rivediamo il rito (dove scopriamo nuovi dettagli, come il fatto che egli riversa parte di se in una coppa, che viene poi ingerita dalla madre di Ashi) scopriamo che la ragazza è la figlia di Aku. Jack rimane profondamente sconvolto dalla notizia. Nel frattempo grazie ai suoi poteri Aku fa uscire fuori dalla ragazza la sua essenza e riesce a controllarla, in una sorta di retaggio paterno indissolubile e quindi al male. Ashi inizia a combattere contro il samurai. Jack cerca di far comprendere ad Ashi che può sconfiggere la malvagità di Aku e che lei non è legata al suo destino, ma è quello che lei decide di essere. Ashi però non riesce a combattere il potere di Aku e viene di nuovo coperta dalla melma nera che si era vista nei primissimi episodi della serie, anche se questa volta in modo integrale (anche il viso è ricoperto da quella che sembra una maschera simil Aku). Jack colpendo l'essere si accorge di ferire anche Ashi, facendola rinsavire per qualche momento, la ragazza vorrebbe che Jack mettesse fine alle sue sofferenze ma il samurai non è disposto a fare del male alla ragazza. Jack si arrende a un trionfante Aku.

punta veramente fantastica

Puntata 10

La puntata si apre con la scoperta da parte delle popolazioni salvate da Jack attraverso la tv che Jack è stato catturato da Aku. (Bellissimo il fatto che l'annuncio sia fatto usando la sigla delle precedenti stagioni di Samurai Jack, ma che le popolazioni dominato da Aku vedono come una sorta di servizio di propaganda). Il servizio finisce con Aku che mostra la mondo di avere imprigionato Jack e di apprestarsi a farlo uccidere, per distruggere una volta per tutte l'ultima speranza per il mondo sotto il suo dominio (peccato che il signore del male arrivato a questo punto non sa più che pesci pigliare per uccidere Jack e tergiversa, mentre Jack cerca di far rinsavire Ashi).

Questa scena è bellissima.
Però i popoli salvati dal samurai non ci stanno a lasciare morire il loro salvatore e partono al suo salvataggio, ingaggiando una battaglia feroce contro un attonito Aku che non si aspettava una mossa del genere. In una bellissima battaglia generale.

Jack riesce a liberarsi ma deve comunque tenere bada alla controllata Ashi.

Divertentissima la scena dove il fantasma dello scozzese gli presenta tutte le sue figlie per far in modo che Jack possa sceglierne una da sposare, ma l'imbarazzato gli risponde di avere già una fidanzata. Alla domanda dello scozzese su chi sia la fortuna il samurai indica la indemoniata Ashi e lo scozzese risponde che "non gli sembra il suo tipo".

Jack entra dentro alla melma che imprigiona Ashi e le dichiara per la prima volta chiaramente il suo amore. Ashi da questo gesto riceve la forza necessaria per ribellarsi al controllo di Aku e usando i suoi stessi poteri porta Jack indietro nel tempo e insieme sconfiggono definitivamente Aku. Il suo periglioso cammino è finalmente concluso. (bisogna dire che una puntata per raccontare tutto questo è troppo poca e ci sarebbe stato necessaria almeno un altra puntata per raccontare il tutto al meglio). Tutto è stato risolto ma solo Jack ricoderà quei tragici eventi, che per gli altri non saranno mai accaduti,

Ashi e Jack possono coronare il loro sogno d'amore con il matrimonio (il tutto quasi senza dialoghi, con loro molto lucidi. Una scena veramente bella al mio giudizio). Purtroppo senza il legame con Aku, (senza la vittoria di Aku lei non è mai nata) Ashi non riesce a sopravvivere, e in una scena che ricorda molto il matrimonio tra Simon e Nia nell'anime "Sfondamento dei cieli Gurren Lagann", si dissolve di fronte a uno sconvolto e affranto Jack.

Una svolta cosi tragica onestamente non me la sarei mai aspettata, ma devo dire che la cosa è veramente bella narrativamente parlando.

Quando ormai tutto sembra concluso Jack in un bosco fosco e immerso nella nebbia incontra una piccola coccinella che si posa sulla sua mano (una coccinella simile a quella che a fatto capire ad Ashi che il samurai era buono). Dall'espressione di Jack comprendiamo che forse in un futuro prossimo i due si riconteranno o che forse Ashi si è reincarnata proprio in quell'insetto, che potremmo quasi affermare (forse in un azzardo tutto mio) che sia il suo spirito animale.

La scena finale ci fa vedere come Jack dopo questo incontro ha ritrovato la sua serenità interiore, rappresenta da un raggi di luce che illumina la vallata. Al fatto che grazie al suo sacrificio c'è un mondo libero finalmente dal male e dalla distruzione. Grazie al fascio di luce vediamo che l'albero dove era seduto Jack ha la forma di un cuore a metà, come per farci comprendere che Jack ha lasciato la metà del suo cuore ad Ashi, ormai scomparsa per sempre.

Puntata veramente da brividi per l'emozione.    




Qui trovate i commenti agli episodi precedenti:

Samurai Jack Stagione 5 episodio 6 - Commento -
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