giovedì 25 maggio 2017

Steve Harrison. Detective del macabro di Robert E. Howard


Quando una nuova storia del mio autore texano preferito arriva finalmente in Italia il mio lato "barbarico" non che può gioirne. La giovanissima Providence Press ci delizia con quattro storie (di cui tre completamente inedite nel nostro paese) di questo solitario investigatore tutto muscoli e azione.

Steve Harrison come vuole la tradizione howardiana è alto, dalle spalle possenti, dagli occhi azzurri e con strana conoscenza per un occidentale della mentalità orientale (tanto da essere il punto di riferimento per combattere il crimine nel malfamato quartiere orientale di river street). Più avvezzo a risolvere la situazione di pericolo prendendola di petto che applicando i sofisticati metodi della "Baskerville Avenue" (tanto che nella sua prima avventura viene detto chiaramente che il suo stile d'azione si basa sul principio che "la miglior difesa sia l'attacco massiccio"). Davvero inusuale il fatto che Harrison è un detective disposto a scendere a patti con le forze criminali che dovrebbe punire quando la situazione lo richiede, cosa che lo discosta un po' dagli eroi più famosi di Howard come Solomon Kane o Conan (da cui però rimane profondamente legato come craterizzazione generale, tanto che anche lui scoppierà in furiosi spargimenti di sangue). Un personaggio che fa dalla sua contemporaneità temporale un'interessante variazione tematica dagli eroi prettamente fantasy (Kull di Valusia) e quelli ispirati da eventi o personaggi storici (Bran Mak Morn).

Le avventure che lo riguardano sono tutte legate al fascino/minaccia delle culture orientali (la famosa teoria della "invasione gialla") che le popolazioni americane subivano in quel periodo. Quindi aspettatevi storie piene di culti segreti votati alla conquista dei paesi "bianchi", esseri dotati di apparenti poteri magici, veleni e intrugli dai portentosi effetti. Un mix affascinante di eventi drammatici e macabri pieni di atmosfera, storie al cardiopalma e colpi di scena avvincenti e azzeccatissimi. Con punte di atmosfera weird che raggiungo, senza però inserire elementi sovrannaturali tipici dell'horror puro, punte di vero e proprio terrore (Bellissime a mio avviso le storie Zanne d’oro e sopratutto I Ratti del Cimitero su questo punto).

Come tutte le produzioni di Robert e. Howard la pubblicazione dei racconti fu problematica e non tutti i racconti furono pubblicati quando l'autore era ancora in vita. Delle nove storie che ci sono giunte complete, solo 4 videro l'uscita prima della sua dipartita. Al conto si aggiungono una storia incompleta (The mistery of Tannermoe Lodge) e una sinossi senza titolo di un undicesimo racconto.

A mio giudizio le storie: "I Nomi nel Libro Nero" e "I Ratti del Cimitero", valgono da sole il prezzo del libro. Con la loro riuscita atmosfera e con una storia davvero entusiasmante e accattivante la prima e orrorifica la seconda, che vi conquisteranno al primo colpo.

Sono presenti i seguenti racconti:


  • Zanne d’oro;
  • I Nomi nel Libro Nero;
  • I Ratti del Cimitero;
  • Il Segreto della Tomba. che presentato assieme a "Zanne d'oro" nella stessa rivista subì un cambio di nome del protagonista (che diventa Brock Rollins) e dell'autore (Patrick Ervin) per evitare di presentare lo stesso autore di due storie diverse.


L'edizione della Providence Press è visivamente accattivante, sopratutto per una copertina che rispecchia bene cosa si va a leggere e ne riesce a ricreare le atmosfere. Peccato che il formato in brossura renda estremamente facile ammaccare o graffiare il libro se lo si legge o lo si trasporta con poca cura (a me il libro è arrivato leggermente danneggiato per colpa di un corriere molto menefreghista). All'interno è una presente un interessante saggio introduttivo (Steve Harrison, una “messa in scena macabra per un detective), molto approfondito anche se forse leggermente dispersivo in alcuni punti e una piccola biografia (con una foto di Howard in tenuta "piratesca" che mi ha molto divertito). Un vero peccato che questa edizione raccolga solo 4 racconti su 9  delle storie legate a questo personaggio (solo un'altra storia escludendo quelle proposte in questa edizione è arrivata in Italia grazie alla Newton Compton, più precisamente il racconto "Il signore dei morti", compresa nella raccolta "Storie Dell'Orrore" di Gianni Pilo), a mio giudizio un po' scarse come proposta. Spero vivamente che questa iniziativa abbia successo e che ci vengano tradotte altre storie su Steve Harrison e di altri personaggi howardiani, che per troppo tempo sono rimasti ingiustamente inediti qui in Italia (Steve Costigan o El Borak).

In definitiva è un libro che consiglio vivamente agli appassionati di Howard e delle storie Pulp, ma che potrebbe risultare interessante anche a un profano. Una raccolta di racconti che mostrano la capacità dello scrittore texano di adattarsi a ogni genere e farlo proprio con il suo personalissimo stile.

lunedì 22 maggio 2017

Stone Rider di David Hofmeyr - recensione -


"Adam Stone è cresciuto nella polverosa e arida città di Blackwater, circondata dal deserto, un luogo fuori dal mondo dove nessuno può dirsi veramente libero. Non desidera altro che fuggire da quella prigione e trovare un’esistenza di libertà e di pace. Ma c’è qualcosa che Adam rincorre ancor più della libertà: l’amore dell’affascinante Sadie Blood. In un mondo così spietato, che non concede ancore di salvezza, l’unico modo per iniziare una nuova vita è gareggiare nella Blackwater Trail, una corsa mortale e senza regole alla quale solo i più forti possono sopravvivere. Adam, eccellente pilota, decide di competere insieme a Sadie e all’ambiguo e indecifrabile Kane per assicurarsi l’ambito premio: un biglietto di sola andata per la rigogliosa Sky-Base, un luogo in cui regna la pace, pervaso da un lusso inimmaginabile per chi proviene da Blackwater. Per l’amore di Sadie e per i suoi sogni, Adam sarà disposto a rischiare ogni cosa, compresa la sua stessa vita..." Tratto dalla quarta di copertina del libro

Di solito non mi soffermo molto sugli young adult, sarà perché quando si sono affermati quando ero ormai fuori target o per che di solito le trame dei medesimi mi fanno venire l'urticaria, ma con Stone Rider di David Hofmeyr ho voluto tentare il rischio. Sarà stato per la trama abbastanza originale per il genere o per una copertina abbastanza accattivante nella sua semplicità, ma il mio sesto senso mi diceva che forse il romanzo valeva il prezzo speso (in ebook ovviamente).

Stone Rider come quasi tutti i romanzi del genere ha una storia ambientata in un mondo distopico e malato (anche se non ci viene spiegato esattamente cosa sia successo. Probabilmente una sorta di guerra nucleare) dove la figura genitoriale è scomparsa o addirittura avversa, un posto dove i ragazzi devono affrontare un mondo ostile e selvaggio con le loro sole forze. In modo simile a Hunger Games l'unico modo per uscire da questo pantano è quello di affrontare una gara mortale, dove i partecipanti devono affrontare trappole sparse lungo il percorso e l'ostilità degli avversari, che permetterà al primo arrivato di raggiungere Sky-Base (una sorta di oasi nello spazio dove l'umanità è riuscita preservare tecnologia e sanità a livelli precataclisma, ma che nasconde molti lati oscuri. Molto simile all'istituto di Fallout 4).

Punto forte del romanzo sono le moto senzienti, capaci con la loro tecnologia di assecondare il movimento del proprio centauro e attutire la caduta in caso di pericolo, con una sorta di anima formata dai ricordi dei centauri precedenti. Cosa che rende unica ogni moto e che rende quasi impossibile per chi non abbia un legame di sangue con il precedente proprietario guidarla. Le moto quindi diventano un sarta di trasfigurazione in chiave moderna del mito western del cavallo, visto come fido alleato, sempre pronto ad aiutare e difendere il proprio padrone e recalcitrante nel farsi guidare da altri.

La storia per quanto molto semplice e con colpi di scena molto telefonati ha un buon ritmo e non annoia mai, peccato per una caratterizzazione dei personaggi molto semplice e poco interessante (anche se funzionale nella storia, visto che il vuoto protagonista permette una facile e immediata immedesimazione per il giovane lettore che ci si può rivedere a grandi linee). Lo stile di scrittura è essenziale e mai esagerato nelle descrizioni (anzi potremmo dire il contrario). Anche i personaggi secondari sono piuttosto stereotipati, ma sono comunque abbastanza ben scritti da risultare simpatici e interessanti (sopratutto Kane). Purtroppo l'autore ha la pessima abitudine di far svenire il personaggio quando non sa più come sbrogliare la situazione o la cosa si fa troppo pericolosa (il classico svenimento che permette all'eroe di superare indenne la situazione come Bilbo nella battaglia dei cinque eserciti per intenderci). Solo che qui il personaggio sviene letteralmente ogni sacrosanta volta che la situazione diventa insostenibile, rendendo il tutto veramente snervante a mio giudizio, visto che ogni volta che si riprende dallo svenimento la situazione è stata già risolta da qualcun'altro e lui deve andare solo avanti.

Il finale mi ha spiazzato positivamente, anche se si nota a diversi chilometri che il tutto serve per dare la possibilità di un seguito (che in America è già uscito).

Molto carino che alla fine del romanzo ci sia una piccola e simpatica guida su come riparare le moto e usare la fionda.

Tutto sommato Stone Rider di David Hofmeyr è una romanzo che si leggiucchia con piacere e sopratutto non annoia. Alcune trovate sono interessanti e alcuni punti della storia mi sono piaciuti particolarmente, ma non aspettatevi un capolavoro. Per una lettura leggera è l'ideale.  

lunedì 8 maggio 2017

ACCA - L'ispettorato delle 13 province - Recensione -


Regia: Shingo Natsume
Composizione serie: Tomohiro Suzuki
Musiche: Ryō Takahashi
Studio: Madhouse
Genere: Spionaggio, Intrigo, Militare
1ª TV 10 gennaio – 28 marzo 2017
Episodi: 12
Distributore it: Dynit
Streaming it: VVVVID (sottotitolata)


Le vicende sono ambientate nel regno di Dowa, strano regno insulare a forma di uccello (che detta così suona malissimo lo so). Il re sta per compiere il suo novantanovesimo anno di regno. Il paese è diviso in 13 distretti denotati da un forte carattere d'indipendenza dal potere centrale (un mix tra la svizzera e il commonwealth britannico). A fare da collante tra il potere centrale e le spinte centrifughe indipendentistiche c'è l'ACCA, organizzazione volta alla realizzazione del bene comune, che controlla con dieci osservatori i distretti. Jean Otus, il nostro protagonista, ha il compito di viaggiare tra i distretti e la capitale per controllare l'operato della ACCA e riferire ai comandati informazioni sulla situazione generale del paese, ma una minaccia preme nell'oscurità per danneggiare lo status quo e cambiare gli assetti del paese.  

ACCA è una serie tv che mi ha colpito molto per l'intreccio narrativo, davvero interessante e accattivante da seguire, peccato che ci siano molti elementi non molto riusciti che alla fine ne abbassino di molto il risultato finale. 

Sicuramente il punto forte dell'anime è la sceneggiatura, che riesce a tenere sempre desta l'attenzione dello spettatore dando sempre qualche nuovo sviluppo nella storia senza mai però sbottonarsi troppo, cosa che stimola la curiosità senza mai sovraccaricarla di informazioni inutili. Anche se bisogna dire che il ritmo della storia è decisamente fin troppo lento in molti punti, anche per una storia di questo tipo. Molto interessante è il ruolo delle sigarette che Jean Otus riceve dai vari distretti e il significato recondito che man mano verrà svelato intorno ad esse. Sicuramente meno riuscite a mio personale giudizio le scene riflessive, tutte ruotanti intorno al cibo e alla figura di Lotta (la sorella di Jean), che risultano alla fine noiose e ripetitive (io alla fine avrei voluto strozzare Lotta con i suoi maledettissimi dolci per dire).

I personaggi secondari sono tutti ben caratterizzati e ben riconoscibili alla prima vista, anche se bisogna dire che alcuni, come il personaggio di Nino, sembrano essere inseriti più per scatenare le fantasie yaoi delle fangirl, che per un reale funzionalità della serie. Non altrettanto si può dire dei personaggi principali, che non riescono mai ad uscire dai binari preimpostati già visti in tremila personaggi simili, Jean è fin troppo apatico e menefreghista per attirare simpatie e la sorella è la Mary Sue del suo universo, quindi difficilmente si riesce a provarne simpatia.     

Jean, Lotta e Nino
L'ambientazione è veramente interessante, ogni distretto ha la sua particolarità geografica e culinaria (uno degli aspetti più riusciti della serie), anche se il risultato finale risulta leggermente esagerato come realizzazione e fin troppo simile all'ambientazione di un videogioco, con paesi che hanno stacchi climatici troppo bruschi per essere realistici. C'è di tutto....  ambientazioni marinare, di montagna, desertiche, campagnole ecc... addirittura abbiamo distretti simil Las Vegas e per non farci mancare nulla pure un distretto dove i nobili costringono la popolazione a vivere con tecnologia e vestiario pre-rivoluzione .industriale simile alla Francia di Lady Oscar (senza che nessuno negli altri distretti faccia nulla o perlomeno si preoccupi per la condizione della popolazione, anzi per molti sembra più un vantaggio positivo che un problema).

Sicuramente elemento peggiore di tutta la serie è il finale, che con la sua volontà di raggiungere a tutti i costi un lieto fine all'acqua di rose rovina tutto il lavoro fatto in precedenza, con personaggi che agiscono senza una reale motivazione plausibile (o probabilmente gli sceneggiatori si sono dimenticati di metterla), rovesciamenti di fronti dettati dal caso, esseri diabolici da eliminare a tutti i costi per la salvezza dell'organizzazione che poi la sceneggiatura fa diventare buoni perché si. Con tanto cattivi della situazione che riescono in tutta tranquillità e senza nessuna ripercussione personale a raggiungere parte del loro obbiettivo (con buona pace della tanto decantata e sbandierato equilibrio precario che reggerebbe i distretti). 

Il mio personaggio preferito nella serie
Belle le sigle iniziali e finali, sopratutto la sigla iniziale (Shadow and Truth dei One III Notes) riesce a rendere bene le atmosfere noir della serie, oltre che essere molto orecchiabile. 

In definitiva ACCA è un anime con una buona storia, ma non sempre sfruttata benissimo, sopratutto nel finale. Se cercate una storia interessante e ricca di colpi di scena vi consiglio di dargli un'occhiata, se invece cerate un serie con una buona verve comica e tanta azione girata al largo (qui non ne trovate neanche un oncia).  

lunedì 1 maggio 2017

Il ritratto del morto di Daniele Oberto Marrama - Recensione -



Si tende sempre a pensare generalmente che il fantastico in Italia non abbia attecchito che in tempi relativamente recenti o che comunque non abbia mai prodotto elementi validi (e anch'io non avevo idea che nel nostro paese ci fosse uno sviluppo cosi articolato del fantastico italico). Invece grazie al lavoro di recupero della casa editrice Cliqout veniamo a conoscenza che il weird o fantastico che dir si voglia, ebbero nel nostro paese ampia diffusione, addirittura fin dai primi anni del novecento.

Il ritratto del morto è una raccolta di 8 racconti scritti da Daniele Oberto Marrama, giornalista napoletano nato nel 1874, che a parte questa breve escursione nel mondo del fantastico o bizarro come dice la prefazione originale, pubblicata a puntate sul giornale Domenica del Corriere e successivamente in volume (1907), non scrisse altro se non qualche poesia. Eppure le opere di Marrama, se pure denotate da una certa semplicità di fondo per i nostri occhi moderni, non hanno nulla da invidiare a scrittori come Poe.

I temi raccolti raccolgono i classici temi dell'orrore come: Il révenant (“Il ritratto del morto”) la maledizione (“Il medaglione”); il vampirismo (“Il Dottor Nero”); la bilocazione (“Il Natale di Hans Boller”); casi di follia (“La scoperta del capitano”); di malattia (“Una terribile vigilia”); di auto-suggestione (“L’uomo dai capelli tinti”), e per concludere – quasi a scopo catartico – con una storia a sorpresa (“Ben Haissa”). Una cosa molto interessante dello stile di Marrama è il suo ricorre nelle storie da lui raccontate a situazioni di apparente normalità che si deforma pian piano in situazioni di incubo e follia davvero ben riuscite, in cui realtà è follia si trovano un miscuglio perfetto. Con la storia che ci viene introdotta durante una riunione di amici o di festività, quasi a darne una patente di autenticità da cui poi la storia si dipanerà.

Quasi tutti i racconti sono denotati da ambienti e personaggi italiani, cosa che dona un certo fascino realistico e affascinante, anche se l'autore non disdegna ogni tanto qualche fuoriuscita in esterna, come nel racconto "Il Dottor Nero" e "L'uomo dai capelli tinti". La raccolta non manca in alcuni punti del tipico umorismo italiano.

Sicuramente il racconto migliore è a mio giudizio quello che da il titolo alla raccolta. Infatti in "Il ritratto del morto" troviamo un alter ego dello stesso Marrama, un giornalista, alle prese con un disastro ferroviario ha un breve gesto di pietà per un anonimo addetto alle poste morto nello svolgimento del proprio dovere. Quel gesto gli darà una possibilità insperata di sopravvivenza da un nuovo incidente ferroviario.  
«Realtà? Visione? Chi può dirlo?» concluse Guido Rambaldi, parlando più a sé stesso che agli altri. «Questo è il fatto. Che cosa è, ditemi, ora, il soprannaturale? Che cosa è la verità?»"
"Il ritratto del morto" è una piccola gemma, ottimo esempio di quella produzione fantastica italiana ingiustamente dimenticata dalle case editrici italiane per gli esponenti dello stesso genere americani o inglesi. Ogni appassionato del fantastico o weird a mio giudizio dovrebbe recuperare questa opera.

 Scheda del libro sulla pagina dell'editore: Qui

venerdì 28 aprile 2017

Samurai Jack Stagione 5 episodio 6 - Commento -



Dopo i tragici eventi della puntata precedente l'episodio si apre con Ashii alla ricerca di Jack. La sua ricerca però non è passata inosservata e due energumeni coperti da un mantello la circondano. Quando ormai le cose sembrano volte al peggio i due individui simili a mammut rivelano di essere ex schiavi liberati dal nostro samurai e gli raccontano la loro storia.

Nel frattempo scopriamo che Scaramouche (l'assassino del primo episodio) è ancora vivo, per quanto ormai ridotto a una testa parlante.

Continuando nella sua ricerca Ashii trova in una foresta altri esseri (questa volta dalle forme a metà tra un bonzo tibetano e uno yeti) liberati dalla schiavitù da Jack. Essi combattono le forze robotiche di Aku anche grazie all'esempio del samurai, che aveva sacrificato un portale (che gli avrebbe permesso di tornare a casa) per liberarli dalla maledizione che Aku aveva scagliato su di loro. Per ringraziarlo del suo sacrificio gli abitanti gli hanno dedicato una bellissima statua circondata da farfalle al centro del proprio villaggio (scena molto bella e ricca di patos), a memoria imperitura del suo sacrificio disinteressato per il bene di un popolo appena conosciuto. Jack è diventato un vessillo per i popoli che combattono contro il male.

Intanto il primo assassino preferito di Aku (ora diventato terzo a causa del suo fallimento) sta cercando un modo per tornare dal proprio signore per riferirli che Jack ha perso la sua spada (cosa che permetterebbe a Aku di sconfiggere definitivamente il samurai), ma trovare un mezzo per tornare a casa si rivela più difficile del previsto e il povero Scaramouche è costretto a inventarsi diversi espedienti (tutti dannatamente divertenti) per salire sulla nave che lo riporterà dal suo signore.

Nel frattempo la ricerca della ex-assassina continua e nel suo tragitto incontra altri esseri (questa volta dalle forme molto più variegate ma tutte accomunate dalla passione per la musica) anch'esse vittime di una maledizione di Aku infranta poi da Samurai Jack. Bellissima la canzone che i personaggi del luogo cantano per Jack in cui tutti all'inizio della canzone usano le mani per formare una S, una semplice lettera che diventa simbolo di speranza e fiducia per chi ha conosciuto il samurai. Il balletto che i ragazzi eseguono durante la canzone è una citazione a un precedente episodio (Jack e il RaveParty), dove Jack esegue le stesse mosse. Anche Ashii non riesce a resistere al ritmo e anche lei sorridente si mette a ballare. Questa canzone e i racconti precedenti fanno comprendere come anche se Jack ha perso la speranza, i popoli da lui liberati grazie alle sue azioni siano riusciti a riprendere fiducia e coraggio per combattere grazie al suo esempio.

Se inizialmente Ashii era partita alla ricerca di Jack mossa più dal dubbio e dalla mancanza di alternative, l'incontro con le popolazione liberate dal samurai le fanno comprendere quanto egli sia importante per il mondo e per se stessa, e quanto bene possa ancora dare per tutti. Tanto da esclamare "Lo troverò. Devo trovarlo!".

Prima di partire alla ricerca finale di jack la ragazza decide di liberarsi degli ultimi legami che la legavano al suo passato, in una sorta di lavaggio purificante, in cui si toglie gli ultimi brandelli di sfiducia e paura (in cui gratta letteralmente via la tuta delle assassine che la ricopriva fin da bambina, formata a una sorta di pece impregnata di malvagità). Uscita purificata dalle acque come una novella venere Ashii subisce una sorta di "trasformazione fisica" che le rende più dolci i tratti e con un vestiario molto più semplice e naturale (tutti personaggi buoni sono legati in qualche modo alla natura).

Scaramouche grazie a uno stratagemma riesce a salire su una nave, ma il tentativo di richiamare il proprio capo fallisce comicamente di nuovo. Degna di nota la battuta sulla forma della testa di un personaggio leggermente fallica (non mi sarei mai aspettato una tale battuta).

Molto bello il bar dove si riunisco i nemici sconfitti da Jack (tra cui tra i tanti cameo c'è anche la figura robotizzata di Braccio di Ferro o  Popeye. Cosa che da fan del personaggio ho molto apprezzato e spero che Tartakovsky riesca prima o poi a realizzare un film su di lui), che sono orgogliosi di essere stati sconfitti da lui, tanto da mostrare con orgoglio le ferite riportate durante lo scontro.

Ashii alla fine riesce a trovare Jack in un cimitero in stile orientale, ma assieme a lui c'è il samurai oscuro (che non è una semplice proiezione mentale di Jack come pensavo inizialmente, ma vero e proprio spirito che segue la strada del Bushido), in quella che si preannuncia un rito per il Seppuku (cerimonia suicida con cui i samurai recuperavano l'onore perduto). Il samurai verde non è altro che l'incarnazione dei sentimenti di disperazione e sfiducia di Jack. La ragazza vorrebbe comunicare a Jack di quanto ha visto e sentito nei villaggi, ma il samurai oscuro l'attacca per non permettergli di aiutare l'eroe. Ashii e il samurai verde combattono tra di loro, in una sorta di trasfigurazione del conflitto interno che sta subendo Jack, tra la speranza e la disperazione che combattono per dominare il suo cuore. La ragazza confida a Jack quanto sia migliorata grazie al suo esempio, che le ha permesso di vedere la verità e grazie a questo di averle salvato la vita. Comunicando a Jack la verità sui bambini (che lui credava morti) e quanta fiducia i popoli di quel mondo hanno in lui.

Jack comprendendo di non aver fatto uno sbaglio madornale (l'uccisione dei bambini) si riprende e interviene per salvare la ragazza, sconfiggendo l'essere oscuro, con profonda rabbia degli altri spiriti-samurai presenti.

Jack ha finalmente ritrovato se stesso e decide assieme ad Ashii di ritrovare la spada.



Che dire? Puntata che mi colpito dritto al cuore, molto citazionistica, ma molto divertente per i vecchi fan come me (si rivedono tanti personaggi che erano ricomparsi nelle stagioni precedenti). Non vedo l'ora di vedere una nuova puntata.


Qui trovate i commenti agli episodi precedenti:

Samurai Jack Stagione 5 episodio 5 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodio 4 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodi 1-2-3 - Commento -

lunedì 24 aprile 2017

Le stanze dei fantasmi Di Hesba Stretton, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell, Adelaide Anne Procter, George Augustus Sala, Charles Dickens - Recensione -



In una vecchia magione di campagna Joe e Patty, dopo essere stati vittime di una serie di misteriosi incidenti, decidono di invitare un gruppo di fidati amici a passare un periodo nella casa per cercare di venire a capo del mistero (altrimenti a cosa servono gli amici?) e vivacizzare le loro giornate. Ogni amico andrà a dormire in una stanza specifica (ognuna dotata di peculiare nome) con il proprio fantasma annesso e dopo 12 giorni di rigoroso silenzio dovranno raccontare cosa hanno visto e udito. Dietro ai partecipanti della storia si nascondo 6 firme di alto livello del panorama culturale dell'epoca. Infatti nella stesura di "Le stanze dei fantasmi" si nasconde un romanzo a cornice, che raccoglie una serie di storie pubblicate su "All the Year Round" nel 1859, in cui Charles Dickens con la sua ironia irresistibile fa da anfitrione e mediatore alle storie raccontate.

A leggere le prime pagine del romanzo sembra di assistere alla classica storia di fantasmi, con catene sbatacchiate lì e là, urla nel cuore della notte, visioni spettrali ecc. Invece fin dalla prima occhiata alla casa dove si trasferiranno Joe e Patty si capisce che l'atmosfera sarà tutt'altro che orrorifica, ma metterà in luce i veri fantasmi, di cui ogni partecipante alla storia è simbolo di qualche fobia o nevrosi, incarnazione degli spettri dell'epoca vittoriana. Una coppia affiatata, un giovanotto brillante, una femminista convinta, un ex marinaio col suo compagno di avventure e un avvocato di successo, tutti loro avranno una storia da raccontare, forse più spaventosa o divertente di una vera e propria storia di fantasmi.

A guardarla oggi l'epoca vittoriana è denotata di un fascino irresistibile, basti pensare alle avventure di Sherlock Holmes, tanto che ancora oggi vengono create storie, film, fumetti ecc ambientate in quel periodo. Ma l'epoca vittoriana fu un periodo anche di grandi disparità sociali, di violenza, di fame, povertà. Grande prosperità in quell'epoca di illuminismo scientifico aveva lo spiritismo, quasi fosse una sorte di compensazione o di riparazione per un periodo che stava rendendo le trasformazioni economiche e scientifiche sempre più veloci e caotiche, che divorarono le sempre più risicate certezze dei tempi precedenti. A questa si contrappone la lettura del periodo, che se pure tendente a mettere il fantastico in chiave quotidiana, direi quasi domestica, dimostra un volontà di scrivere storie terapeutiche, che dovevano essere edificati o perlomeno offrire uno spunto di riflessione. Non manca comunque un linea comica che si mantiene viva per tutto il romanzo, dal suo inizio alla fine, basti pensare alla cameriera, «una vera e propria distilleria per la produzione delle lacrime più abbondanti e trasparenti che avessi mai visto» o il Fantasma della Febbre malarica che ha causa di una malattia molesta è costretto a subire delle gigionesche avventure che lo portano il giorno del suo matrimonio a farlo credere un inguaribile ubriacone e far saltare il matrimonio. Quando tutto sembra perduto si sveglia e si accorge che era tutto un sogno... oppure no, il mistero non viene mai chiarito. Alla fine della dodicesima si scopre che non esistono fantasmi nella casa, ma ogni occupante  ha narrato il proprio "fantasma" interiore: l'innocenza perduta, il manco rispetto dato ai genitori, la morte, il peccato, l'amore non corrisposto. Un vero e proprio catalogo delle disavventure umane, che come in una sorta di terapia di gruppo, che i nostri si trovano a raccontare.

Un bel libro da leggere, che mi ha divertito e inquietato allo stesso tempo (tutte le storie sono interessanti da leggere ancora oggi e offrono interessanti punti di riflessione). Da leggere un po' per volta, come biscotti per tè, da il meglio.

Il libro contiene i seguenti storie:

I mortali nella casa di Charles Dickens
La Stanza dell'Orologio di Hesba Stretton
La Stanza Doppia di George Augustus Sala
La Stanza del Quadro di Adelaide Anne Procter
La Stanza della Madia di Wilkie Collins
La Stanza del Signorino B di Charles Dickens
La Stanza del Giardino di Elizabeth Gaskell
La Stanza ad Angolo di Charles Dickens

Personalmente ho adorato i racconti La Stanza del Signorino B, Stanza del Giardino e la Stanza della Madia. Se si va e avete letto il libro potete scrivere nei commenti quali sono state le storie che vi sono piaciute di più.

Scheda sul sito dell'editore: qui

domenica 23 aprile 2017

Samurai Jack Stagione 5 episodio 5 - Commento -



La puntata si apre con la visione di una landa desolata con al centro una torre gigantesca (la base di Aku). Qui rincontriamo un vecchio amico di Jack, lo scozzese, ormai invecchiato (ricordiamoci che sono passati ben cinquant'anni dalle vicende della serie precedente) e su una sedia a rotelle, circondato da un esercito pronto alla battaglia, comprese le sue numerosissime figlie a cui rivolge un divertentissimo atteggiamento da padre premuroso (anche se sono delle vere e proprie valchirie pronte al combattimento), che dirige contro la fortezza del nemico.

Nonostante la notevole potenza di fuoco l'esercito dello scozzese nulla può contro la forza titanica di Aku, che in pochi secondi sconfigge pigramente il nemico. Anche il vecchio scozzese soccombe, e qui chi è fan della serie avrà sicuramente versato qualche lacrimuccia per uno dei personaggi più amati della serie... Per fortuna era tutto un barbatrucco degli sceneggiatori che lo fanno risorgere (come fantasma) più forte che mai grazie ai poteri della sua spada. Bella scena dove lo scozzese prende in giro con il suo tipo accento scozzese Aku per non essere ancora riuscito a sconfiggere  Jack. Ora il gruppo ha l'unico obbiettivo di ritrovare Jack per costruire un esercito capace di distruggere definitivamente Aku.

Nel frattempo Ashi è ancora confusa su cosa credere, se fidarsi dei propri insegnamenti dati dalla setta e uccidere Jack (come prova a convincerla la visione della madre delle assassine)  o provare a fidarsi del samurai e seguirlo nel proprio il proprio girovagare per cercare la verità.


Bella la scena dove Jack e Ashi fanno un viaggio bellissimo sul dorso di un drago blu, cosa che permette alla ragazza di vedere la bellezza del mondo e la gentilezza del samurai nell'accomiatarsi dall'essere. Qui i due si dovrebbero separare, ma Ashi comprende che la chiave per scogliere i propri dubbi è nel Samurai.

Samurai Jack è ancora tormentato dalle visioni. Nel frattempo assistiamo a un nuovo scontro di visioni tra il samurai e la ragazza, con Ashi che crede che le stelle siano una creazione di Aku, mentre Jack la rimproverà perché ancora accecata dall'odio e le racconto una fiaba che aveva sentito da bambino dalla madre, dal sapore leggermente giapponese, sulla creazione delle stelle (anche se diciamo che ne riprende solo lo stile). Con Jack che assume la figura del genitore che racconta una fiaba alla propria bambina per farla calmare. Ma ad Ashii questo non basta e il samurai le fa vedere la realtà mostrandoli un bosco in cui la devastazione di Aku ha lasciato in vita un singolo albero per dimostrare tutto il suo potere e il suo disprezzo per il bello e la natura (con Aku che sembra quasi impersonare l'industria e il disprezzo umano per la natura, vista solo come mezzo da sfruttare ad ogni costo e senza alcun ritegno).

Successivamente i due si dirigono verso un città di Aku, dove possono vedere nuovi atti di malvagità del tiranno che non esita a invitare dei criminali in fuga dal loro pianeta a stabilirsi e saccheggiare in un villaggio di persone pacifiche e laboriose. Facendo comprendere come Aku distrugga sistematicamente tutto ciò che di buono e bello esiste nel mondo. Gli innocenti e i deboli devono ogni volta soccombere davanti al potere e alla forza bruta dei malvagi. A questa scena Ashii comprende finalmente da che parte stare. Bello lo stile di vestiario di Jack che recupera dei vestiti nella città che lo fanno assomigliare a un Clint Eastwood nei tempi in cui girava western con Leone.

La ragazza vorrebbe ora combattere le malefatte di Aku, ma un rassegnato Jack le dice che non c'è nulla da fare. Lui ha combattuto per più di cinquantanni e non è riuscito a cambiare nulla. Cosa potrebbe fare lei?

Arrivati in un altro villaggio i due scoprono nuove distruzioni da parte di Aku, e dove vengono a conoscenza che i bambini del posto sono stati rapiti e portati in una fabbrica come manovalanza. I due ovviamente partono al salvataggio dei bambini. Una volta giunti nella fabbrica i due si dividono, con Jack che allontana i bambini che sono stati manipolati mentalmente dal nemico per attaccarli, mentre la ragazza dovrà trovare un modo per interrompere il lavaggio del cervello. Ashii riesce a trovare il cattivo (che inizialmente non vediamo interamente, ma solo le sue mani che si muovono, come se fosse un burattinaio che muove i fili da dietro le quinte) e a sconfiggerlo dopo una dura lotta. I bambini vengono salvati ma una scossa dolorosa sembra suggerire a Jack che siano tutti morti, cosa che gli provoca un crollo psicologico definitivo, con il ritono del samurai attorniato dalla luce verde che gli dice che è arrivato il tempo di partire e Jack senza dire nulla lo segue scomparendo nel nulla, mentre la ragazza accorre e scopre che i bambini sono vivi. Che fine ha fatto Jack?






Bella puntata come sempre. Come andrà a finire?

Qui trovate i commenti agli episodi precedenti:

Samurai Jack Stagione 5 episodio 4 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodi 1-2-3 - Commento -