lunedì 20 marzo 2017

fiabe islandesi di Iperborea edizioni - Recensione -



Ho sempre adorato leggere le fiabe, sopratutto quando sono riportate in modo fedele alle loro versioni orali. Da esse è possibile rintracciare un filo di tradizioni, spesso risalenti a periodi pagani, che si sono mantenute intatte fino ai giorni nostri. Le fiabe per lunghi secoli snobbate dalla cultura alta, sono state riscoperte nel romanticismo, dove sono nate le prime raccolte che si riproponevano di riscoprire lo spirito genuino della nazione, oggi sono un'utile strumento per comprendere la mentalità del popolo dell'epoca, molto lontano dalla storiografia importante. Le fiabe riflettono la volontà di una popolazione contadina povera,di superare le proprie esperienze di fame, violenze e sopraffazioni, attraverso storia orali per criticare le ingiustizie e suscitasse la speranza di un riscatto sociale che gli elevasse dalle loro condizioni miserevoli.

«Ah ah!» disse la voce nella collina. «Non è mia abitudine risarcire certi scherzi, ma visto che sei venuto fin qui e ti sei accollato questa responsabilità, voglio fare un’eccezione e accontentarti. Vai a est della collina, troverai un puledro. Per sua natura caga cibo e piscia latte: puoi tenerlo e portarlo a casa con te.»

illustrazione di Kate Baylay
Questo è il terzo volume che la casa editrice Iperborea dedica alle fiabe nordiche (precedentemente erano state raccolte le Fiabe Lapponi e Fiabe Danesi), tutte riprese dai primi racconti tramandati oralmente.

L'Islanda terra isolata ha sviluppato un proprio assetto di tradizioni fortemente originali e che risentono molto spesso della tradizione vichinga. Non sarà infatti raro vedere nelle fiabe di questa terra Troll o giganti a varie teste, riti che nonostante l'aspetto cristiano dei gesti risuonano ancora di paganità (come benedire la tavola con un gesto magico).

Molti elementi interessanti traspaiono da questa raccolta, come la nascita del popolo nascosto (o Elfi se si preferisce), che non sono altri che i figli che Eva non era riuscita a lavare prima della visita di Dio (In cui si nota la trasformazione delle storie di radice vichinga al passaggio del cristianesimo) e che quindi vivono una esistenza nascosta all'uomo ma comunque affine, e che in molti casi viene in soccorso del protagonista, in altre invece come antagonista. Il fjöregg (uovo vitale), dalla valenza fortemente simbolica di vita e che assieme alla steinnökkvi (la barca di pietra dei Troll) dimostra la presenza di un tessuto molto più antico di tradizioni che si sono poi fuse con la tradizione cristiana.

Tutte le fiabe sono di breve durata (al massimo una decina di pagine) e molto spesso hanno una struttura molto simile tra di loro. Solitamente divisa in tre atti. Non mancano anche la presenza di storie che si riallacciano a una tradizione extranazionale, quasi una anticipazione della globalizzazione moderna, come in "Vilfríður più bella di Vala" e "Biancaneve" che godono di una forte somiglianza. Esistono temi comunque originali come "Fiaba di Hlini figlio del re", "Le figlie del contadino" dove sono le donne a salvare i loro futuri mariti. Mi ha particolarmente colpito la "Fiaba del re Oddur", una storia che per certi elementi potrebbe essere considerata oggi una fiaba transgender o perlomeno delle difficoltà di genere del protagonista, dimostrazione che certe tematiche siano presenti da molto tempo e non siano il frutto del nostro mondo moderno. Tutte le storie sono caratterizzate da un vena di Humor, quasi canzonatorio, con una tracia sensuale o di crudezza che si intravede nelle storie, tanto da ricordare una saga vichinga.

"Ho divorato due corvi, due topolini, dodici puledri, tredici vitelli, un cane, un bastone e cento pecore, ma potrei divorare anche voi!"

lunedì 13 marzo 2017

Il giardino delle parole di Makoto Shinaki - Recensione -


Titolo originale: 言の葉 の 庭
Paese di produzione: Giappone
Anno: 2013
Durata: 46 min
Genere: sentimentale, scolastico, slice of life
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto: Makoto Shinkai
Sceneggiatura: Makoto Shinkai
Storyboard: Makoto Shinkai


Takao è uno studente delle superiori di 15 anni con il sogno di costruire scarpe come futuro lavoro. Nei giorni di pioggia ama marinare la scuola per concentrarsi sul suo sogno, fermandosi all'interno di un giardino in stile giapponese per esercitarsi. Sarà proprio in un giorno di pioggia, all'interno del parco che incontrerà Yukari Yukino, una misteriosa ragazza di 27 anni. I due uniti dalla necessità di ritrovare un rifugio silenzio, finiranno  per affezionarsi sempre più alla discreta presenza dell'altro, con la complicità della stagione delle piogge. Ma il tempo passa e le giornate di pioggia stanno per finire... 

"In fondo tutti gli esseri umani hanno qualche rotella fuori posto"

Devo provarlo anch'io l'accostamento birra e cioccolata.
Le giornate di pioggia sono eventi particolari, momenti adatti per una riflessione interiore, di raccoglimento, per preparare le energie per un grande balzo. Takao è un ragazzo che vive una situazione famigliare difficile, la madre è divorziata e ha relazioni con uomini più giovani, il fratello maggiore è pronto per il grande balzo e vivere da solo, quindi Takao deve crescere in fretta per gestire la casa e realizzare il proprio sogno (come dice il fratello maggiore la madre sembra molto più giovane della sua età, mentre lui invecchia precocemente al suo posto). Dall'altra parte abbiamo Yukari, una giovane donna che per un evento traumatico ha perso il coraggio di combattere, complice un sentimento di malinconia dovuta dal fatto di non essere compresa nel suo dolore se pur tratta con gentilezza (quasi fosse un vaso delicato). Entrambi però trovano nel giardino giapponese durante le giornate di pioggia un luogo lieto per fuggire un po' dalla pressante e asfissiante realtà ed essere solo se stessi, avendo affianco una persona che riesce ad avere fiducia nell'altro (cosa che causerà alla fine delle incomprensioni in Takao, poi facilmente risolte) senza secondi fini, come due candele in un mare di oscurità. Sarà proprio questi periodici incontri a far nasce nei due un forte ma tacito senso di comunanza, tanto da sfociare in un affetto profondo (tanto da poter essere scambiato quasi per amore) e dare la forza ad entrambi di uscire dal proprio statico limbo e andare avanti e finalmente trovare un posto nel mondo.

Interessante anche il ruolo della pioggia, che sembra quasi un terzo personaggio che scandisce con la sua presenza o meno gli incontri tra i due, ma che allo stesso tempo sembra a seconda della forza del suo scrosciare dare esteriorizzazione fisica ai sentimenti che intercorrono tra i due.

"Adesso che ho ventisette anni, non mi sento minimamente più saggia di quando ne avevo quindici. Forse sono l'unica ad essere sempre rimasta nello stesso posto"   

Una cosa che mi piace molto di questo film è la cura per i dettagli, basta guardare i riflessi sulle superfici bagnate per rimanere affascinati per la quantità e la cura con cui sono riprodotti. Se si guardano delle foto reali e le si compara a scene prese dal film in alcuni casi si fa fatica a notare differenze per quanto sono ben realizzati gli sfondi. Una vera e propria gioa per gli occhi. Anche nei dettagli molto banali come accessori o vestiti si nota una ricerca particolare e ben riuscita, cosa che da una naturale freschezza e realismo ai personaggi.

Belle le musiche, dove si nota il gusto di Makoto Shinkai per l'accompagnamento musicale. Sopratutto la canzone principale "Rain" composta da Senri Oe nel 1988 e rifatta appositamente per il film da Motohiro Hata, che riesce bene a ricreare le atmosfere del film

Davvero bella la cura nei dettagli in questo film
Forse il difetto principale a mio giudizio è la sceneggiatura, di fatto quarantatré minuti non sono sufficienti per sviluppare al meglio la storia, sopratutto in alcuni frangenti le vicende sembrano andare troppo di fretta e alcuni punti della trama rimangono troppo sfumati per essere compresi e apprezzati al meglio (la dolorosa storia di Yukino viene svelata in pochissime e semplici frasi. A mio giudizio un vero peccato). Alcuni personaggi avrebbero sicuramente giovato di un maggior spazio e caratterizzazione, come il professor Ito o la madre di Takao. Un vero peccato.

In definitiva "Il giardino delle parole" è un film dolce e delicato, in cui mi sono rivisto molto (sopratutto in Yukino), peccato per una sceneggiatura a tratti deludente per la sua celerità in alcuni frangenti (per motivi non totalmente dipendenti dal film).

lunedì 6 marzo 2017

Pugni di Armadillo di Carlton Mellick III - Recensione -


Per parlare di "Pugni di Armadillo" bisogna prima parlare della Bizarro fiction (altrimenti ci sarebbe il forte rischio che prendiate il romanzo come il parto di qualche folle e che cestiniate il tutto prima ancora di leggere anche una sola singola frase).

La Bizarro fiction è un genere letterario in cui gli elementi dominanti sono: l'assurdo, la satira, il grottesco e il fantastico (spesso il tutto viene condito da un Humour demenziale/nero). La Bizarro ficiton non ha un genere predefinito, ma viene formato da un miscuglio in cui sono presenti vari generi (in un riuscito amalgama di elementi normalmente in contrasto tra loro).

Il Genere nasce grazie alla mente di Carlton Mellick III e la sua casa editrice "Eraserhead Press" nel 1999. Tale genere trova di solito forma in racconti più o meno lunghi e in rare occasioni nel romanzo breve.

Le caratteristiche del genere Bizarro sono:

  • situazioni incredibili e/o strambe; 
  • almeno tre elementi fantastici/sovrannaturali che caratterizzano la trama;
  • Mescolanza di vari generi letterari tra loro (anche cinematografici);
  • Un forte gusto per il grottesco e l'assurdo, con idee folli che si fanno reali e concrete.

Possono anche esserci:

  • Dissacrazione dei tabù della società;
  • Umorismo nero, ironia e satira;
  • Violenza eccessiva e splatter. 

Per fare un esempio concreto in "La vagina infestata" il protagonista scopre che la vagina della sua ragazza è un portale per un'altro mondo. Ne "Il villaggio delle Sirene" la sopravvivenza di una specie in via di estinzione, predatrice di esseri umani, va a discapito della vita stessa degli abitanti dell'isola.

Per ulteriori approfondimenti vi lascio all'articolo creato dal Duca di Vaporteppa e da Chiara Gamberetta (qui) e alla pagina di Wikipedia (qui).



Pugni di Armadillo è sicuramente una delle opere più inusuali della sua produzione e allo stesso tempo più interessanti di Mellick III (a giudizio personale). Protagonista della storia è June Howard, una donna che per una serie di vicissitudini vuole diventare un pugile professionista. Dovendo affrontare un avversario ostico, si è fatto installare due armadilli al posto delle mani per vincere. Purtroppo la cosa finisce male e June viene squalificata.

June avendo perso il suo sogno è costretta per vivere a combattere in arene clandestine, fino a quando un boss mafioso non le offre un lavoro come suo "Allenatore". In una di queste sessioni di allenamento, dove la boxer picchia il proprio datore di lavoro in modo pesante (in quanto egli è un masochista che trova solo nell'essere picchiato la forza per avere ancora una erezione), colpendolo troppo forte finisce per ucciderlo scatenando le ire della sua banda. L'unico disposto ad aiutarla è Mister Meraviglia, ex pilota di corse su dinosauri che ha perso gli arti all'altezza di gomiti e ginocchi, ma non l'abilità di guida.

Pugni di armadillo è un racconto breve molto interessante. Cosa si è disposti a fare per trovare un posto nel mondo? Cosa possiamo fare per riempire quel senso di vuoto che ci attanaglia? June avendo toccato il fondo decide di usare ogni mezzo, anche il più sporco per risalire. Peccato che quando le cose sembrano pian piano mettersi a posto tutto precipiti ancora di più.

Caratteristica molto interessante è il fatto che la narrazione non ha uno sviluppo lineare, ma ogni capitolo ha un tempo e un luogo diversi da quello precedente (ci sono ben 68 capitoli in appena 32.300 parole). Nonostante ciò non ho riscontrato difficoltà di lettura o comprensione della storia. Ogni capitolo finisce per diventare un pezzo che arrochisce la trama del gigantesco puzzle della storia.

La trama riprende molti degli stilemi dei film tarantiniani, sopratutto del film Le Iene. I personaggi presenti sono tutti ben caratterizzati utilizzando solo poche righe di descrizione. Sopratutto i cattivi, sono ben pensati e convincenti. Tutti gli antagonisti sono caratterizzati da un sopranome e un numero che ne indica il grado di pericolosità (impossibile non apprezzare personaggi come Mr Scusa o Mr Smile per esempio), ognuno di loro dispone poi di peculiari tecniche di combattimento mai banali o ridicole (Mi hanno ricordato molto i personaggi di "Sin City" di Miller). Vogliamo mettere poi la presenza di Dinosauri meccanici come mezzi di locomozione?

Forse punto negativo del romanzo sono i protagonisti, fin troppo privi di mordente e oppressi dalla personalità dirompente degli avversari. Oltre al fatto che non presenti elementi di critica sociale ai piccoli diktat del nostro vivere quotidiano, che quotidianamente approviamo o sopportiamo (La fissa nel tenere i bambini sotto una bolla protettiva come in "La marcia carnale" per dire) e che Mellick è cosi bravo a prendere in giro rendendoli folli e assurdi, qui non sono quasi per nulla presenti. Mettiamoci pure che l'autore tende a dare un taglio troppo cinematografico a una storia pensata per un libro, cosa che non porta a un reale vantaggio per la storia, anzi... Quindi se avete adorato i racconti come "Il villaggio delle sirene" o "La vagina infestata" questo racconto potrebbe deludervi.

Sono rimasto davvero sorpreso dal finale. Toccante e sorprendente, ci sono rimasto veramente male.

Romanzo promosso a pieni voti per me. Ottima base di partenza per chi si avvicina per la prima volta al genere Bizarro fiction, essendo particolarmente limitato (i pugni armadillo e le macchine dinosauro non sono troppo folli come idea), sia perché la storia non presenta troppi elementi gore. L'unico elemento che non potrebbe piacere è la non linearità dalla narrazione. Per chi ha già letto Mellick III, ci sono storie come detto sopra sicuramente più interessanti scritte da lui, ma il mio consiglio è quello di dargli sempre un'occhiata (magari leggendo prima l'anteprima del libro prima di comprarlo).  

Scheda sul sito dell'editore: Qui

lunedì 27 febbraio 2017

Big Man Japan (Dai Nipponjin) - Recensione -


Diretto da Hitoshi Matsumoto
Prodotto da Akihiro Okamoto
Scritto da Hitoshi Matsumotoe Mitsuyoshi Takasu
Musica di Tōwa Tei
Data di uscita in Giappone:  2 giugno 2007
Durata 113 minuti


il deludente protagonista
Masaru Daisato è il sesto discendente di una dinastia di guerrieri capaci di trasformarsi in gigantesco guerriero di trenta metri per combattere i mostri che ciclicamente attaccano il Giappone. Detta cosi sembrerebbe qualcosa di epico, peccato che Sato sia un uomo di mezza età dalla vita noiosa e vuota, con una casa che sembra un tugurio, pagato una miseria dalla stato (tanto da essere costretto a indossare delle degradanti pubblicità durante i combattimenti per racimolare qualche soldo extra), una ex moglie e figlia che si vergognano di lui e la gente che invece di ammirarlo lo considera un fenomeno da baraccone da prendere costantemente in giro (quando non viene disprezzato e odiato). Tra mostri uno più ridicolo dell'altro assisteremo alle disavventure di questo goffo e impopolare eroe.

Il mondo dei fumetti sia americani che giapponesi ci ha abituati a vedere eroi combattere il male senza quasi fregarsi di quello che li circonda, distruggendo nel combattimento qualsiasi cosa gli si pari davanti, senza che le loro azioni abbiano un qualsiasi influenza nella vita della popolazione civile. Quante volte siamo stati abituati a vedere i mostri/cattivi distruggere New York/Tokyo e vedere il giorno dopo la città linda e pulita come se nulla fosse successo? Con gli eroi sempre amati e idolatrati. Ma cosa succederebbe se esistessero davvero mostri ed eroi? La gente sarebbe disposta a supportare il tutto? Considerando che l'eroe non è molto prestante e sopratutto senza spirito combattivo? Masaru Daisato è forse l'eroe più realistico ma allo stesso tempo più patetico e triste che si possa immaginare.

Il film di Hitoshi Matsumoto è girato come una sorta di falso documentario, cosa che ci permette di vedere la noiosa vita di Sato. Un uomo che si trova a svolgere un compito che non ama, ma che non ha la forza di opporsi, tanto da inventarsi una serie di scuse durante le riprese per giustificare il suo stato di apatia; come quella della figlia che vorrebbe vederlo tutti i giorni, ma che egli può vedere solo una volta al mese per il pericolo mostri (in realtà alla figlia del padre non frega quasi nulla e lo vede in realtà solo ogni sei mesi). Lo stile del film dissacra la figura dell'eroe che nel mondo moderno giapponese, teso alla perfezione e alla qualità, non può che guardare con fastidio questa figura venuta dal passato. Con Daisato che finisce per diventare una sorta di pagliaccio, che scimieggia le gesta dei suoi illustri precedessori, ma senza il rispetto e la fama dei precedessori. Emblematica la figura del rito per trasformare il protagonista in gigante, ormai visto solo come una formalità da realizzare il prima possibile, tanto da essere realizzata in totale apatia e messo su come se fosse una cosa fatta solo per rispettare le tradizioni ma sostanzialmente inutile, di cui si è ormai perso ogni comprensione o rispetto,tanto che i partecipanti quando sono intervistati non sono nemmeno capaci di dare un significato al rito e si trovano imbarazzati a balbettare qualcosa frase generica sulla giustizia. 

Gli assurdi mostri del film e Daisato trasformato (con tanto di pubblicità)
Neanche i mostri possono salvarsi da questo stato di acida realtà, tanto da essere delle trasfigurazioni  di alcuni spettri del giapponese moderno (come salarymen, yakuza, giovani sessualmente frustati ecc), in cui il protagonista trova più dei suoi simili da compatire che dei veri e propri avversari da randellare svogliatamente. Allegorica è la scena in cui la popolazione omaggia ipocritamente la figura di un mostro ucciso inavvertitamente dall'eroe, solo per il suo aspetto di cucciolo, ma che era stata essa stessa a richiedere precedentemente l'aiuto del protagonista per eliminarlo.

Il film non può che finire con una parodia/visione fantozziana di un telefilm Tokusatsu (tipo Ultraman) in cui il protagonista comprende la sua inutilità come eroe prima di volare verso l'infinito del cielo. 

Big Man Japan è un film trash tipicamente giapponese, con un'interessante riflessione di fondo che però il regista non è capace di gestire al meglio, sopratutto per un finale veramente senza senso. Una cgi sufficiente per il periodo, ma nulla che faccia gridare al miracolo. Il difetto maggiore del film è la sua lentezza, dovuto anche all'uso di uno stile mockbuster  che se all'epoca poteva essere accettabile oggi dopo l'inondazione di film dello stesso stile non può che diventare pesante da seguire. 

In definitiva per me Big Man Japan è un film da vedere, probabilmente è come detto precedentemente il film più realistico sulla figura dei supereroi, con la sua acida ironia non può che lasciare qualche riflessione nello spettatore.

Lo potete trovare su VVVVID su questo indirizzo in lingua giapponese con sottotitoli.

lunedì 20 febbraio 2017

Sentieri di sangue di Jack Ketchum - Recensione -


Di Jack Ketchum 
edizione Independent Legions Publishing
Anno 2016
Formato: Ebook, cartaceo
Genere: Western, Horror, Splatter


Dopo la fine della guerra con il Messico (1846-48) strani avvenimenti accadono al confine tra le due nazioni, uomini sconosciuti rapiscono donne per offrirle ad antichi dei ritenuti ormai dimenticati. Tre uomini dalla vita turbolenta incontrano una meticcia indio in cerca di vendetta, i cowboy dopo alcune incomprensioni decidono alla fine di aiutare la giovane a fermare le pratiche abominevoli che accadono oltre il confine.

La trama è tutta qui, anche se visto il numero esiguo di pagine non ci si poteva aspettare di più. La componente western è solo un'orpello e poco più (ambientata ai giorni nostri non avrebbe fatto differenze), anche la componente horror è presente a tratti, e quel poco di interessante che viene messo in campo (I sacrifici umani, le tre sorelle-sacerdotesse ecc) serve solo per dare più colore alla storia e mai veramente approfondito (il che a mio giudizio è un vero peccato). L'unico elemento che non ci viene lesinato sono le componenti splatter, veramente pesanti da digerire, anche si distribuite con il contagocce. I personaggi sono macchiette, senza nessuna craterizzazione di rilievo, addirittura i tre vanno letteralmente al massacro senza una motivazione plausibile.

La trama nonostante i difetti sopra elencati è carina e non annoia, anche se si nota che l'autore non ha messo particolare cura per una storia che nelle sue intenzioni era una semplice storia da leggere e dimenticare poco dopo. Lo stile è secco e scevro di orpelli inutili, correndo senza pause dritto alla meta.  

All'interno dell'edizione italiana sono presenti dieci illustrazioni di Giampaolo Frizzi. Idea in se carina, anche se devo dire che personalmente non ho apprezzato il tratto del disegnatore (a mio avviso abbastanza grezzo), che difficilmente riesce a cogliere nelle tavole lo spirito del racconto (tranne forse in una o due illustrazioni).

In definita si tratta di un racconto breve godibile, con qualche difetto e una discreta dose Horror/Splatter e con alcune soluzioni narrative interessanti (per quanto non ben sfruttate). Il fatto che il racconto non si perda in chicchere può essere un'ulteriore vantaggio per renderlo una lettura adatta mentre si aspetta l'autobus o si fa la fila.

lunedì 30 gennaio 2017

This War of Mine (Microsoft Windows, macOS, Linux, PlayStation 4, Xbox One, Android, iOS) - Recensione -



La guerra non è mai una bella cosa (anche se è purtroppo insista nella umanità), ma se c'è un aspetto di questa follia umana di cui difficilmente si parla è la situazione delle popolazioni civili durante le guerre, gli assedi, le battaglie che si sono alternate nel corso nostra storia. Eppure a ben pensarci è uno degli argomenti più delicati e difficili che si possa parlare. Questo gioco prodotto dalla 11 bit studios cerca aprire uno squarcio nella vita di quelle persone si ritrovano in una situazione infernale come un'assedio (infatti il gioco si ispira alle vicende dell'assedio di Sarajevo).

This War of Mine è un gioco di sopravvivenza, in cui il nostro obbiettivo sarà quello di guidare un gruppo di civili bloccatati in un assedio, ricercando cibo e materiali adatti alla sopravvivenza, evitando al contempo i pericoli (spesso mortali) e attuando diverse scelte morali.

Questo gioco mi ha davvero colpito per l'idea originale su cui si basa. Infatti il nostro obbiettivo non sarà quello di combattere come un soldato in una guerra (futuristica o meno), ne quello di guidare una guerra come se fossimo lo spirito della nazione (alla Total War per intenderci), ma dovremo invece guidare un gruppo di persone (generate a caso dal gioco da una lista di personaggi disponibili) alla sopravvivenza, andando alla ricerca di cibo, costruendo apparecchi atti a renderci la vita più sopportabile e compiendo scelte morali che avranno delle ripercussioni sul gruppo.

Sopratutto in quest'ultimo aspetto il gioco mostra il meglio di se. Fin dai primi minuti di gioco il videogioco ci darà delle scelte morali da compiere. Se avremo poco cibo sarà giusto dividerlo ugualmente, ma non soddisfacendo nessuno e consumando enormemente le nostre già risicate risorse? O sarà meglio darlo solo a chi conviene (il soggetto migliore per la ricerca per esempio)? Se un nostro compagno è malato, è giusto dargli una medicina o è meglio conservarla per tempi più duri? sperando che facendolo riposare il personaggio guarisca da se (rischiando ovviamente che la malattia si aggravi fino alla morte del nostro compagno)? Arrivando a quesiti amletici come decidere se rubare o meno il cibo e materiali a un'altra famiglia. Tutte le scelte avranno dei pro e dei contro (Per esempio aiutare un vicino aumenterà la felicità del gruppo, ma potrebbe causare la morte di un personaggio. Rubare cibo a una coppia di anziani ci darà quello che cerchiamo, ma i nostri non si sentiranno certamente degli eroi e potrebbero cadere in depressione) e sarà meglio analizzare attentamente ogni situazione prima di scegliere.

Purtroppo il gioco pecca in una serie di difetti che ne abbassano di molto il godimento finale. Per prima cosa il videogioco è dannatamente difficile, il che di solito non guasta per un gioco di sopravvivenza, ma qui l'asticella è stata alzata fin troppo e il gioco si dimostra spesso frustate nelle sue meccaniche (Per esempio una volta che l'equilibrio interno del gruppo si rovina sarà quasi impossibile recuperarlo, causando inevitabilmente il gameover). Il gioco non offre nessuna guida per comprendere il suo funzionamento  e saranno quindi necessari vari tentavi prima di arrivare a comprendere in modo sufficiente le meccaniche del gioco (Quindi capiterà spesso di perdere all'inizio perché non si è fatto x prima di y). Il gioco è abbastanza ripetitivo, e difficilmente si avrà voglia di rigiocarlo, almeno che non vogliate scoprire ulteriori dettagli su un protagonista o fare determinate scelte in modo diverso.

La modalità di gioco è molto semplice, ogni personaggio avrà una foto con vari segnalini che se accessi ci indicheranno che il nostro personaggio ha delle necessità (dalla comune fame a ferite gravi). I personaggi si può controllare semplicemente grazie alla pressione di un tasto del mouse o di un dito, rendendo il gioco estremamente semplice da usare.

La grafica del gioco è veramente bella e appagante, con uno stile grafico che si avvicina molto per atmosfera e stile a quello di un schizzo gettato di fretta da qualche fumettista durante l'assedio. Cosa che si dimostra dannatamente immersiva durante le ore di gioco.

In definitiva This War of Mine è gioco davvero interessante, con un concept davvero azzeccato. Purtroppo le numerose pecche ne limitano fortemente la godibilità e il gioco risulta non adatti a tutti. Un vero peccato perché il videogame da un'interessante riflessione su alcuni aspetti dalla guerra che difficilmente vengono toccati in modo cosi diretto ed efficace dai libri o film. Il mio consiglio è di provarlo almeno una volta, avendo bene in mente che non si tratta di un gioco perfetto.

Nella versione da me provata (android) il gioco dimostra qualche bug, sopratutto nelle animazioni (abituatevi a vedere i vostri personaggi muoversi come burattini svolazzanti se darete il comando di corsa nella casa), ma perlomeno nulla che mi abbia compromesso la giocabilità.

Come sempre invito i lettori di questa recensione a compare il gioco quando è possibile dai rivenditori ufficiali in modo da supportare gli sviluppatori, evitando di acquisire il gioco in modo illecito tramite apk o torrent. Se un gioco ci è piaciuto o ci ha dato degli spunti di riflessione è giusto ripagare chi il gioco lo ha fatto. O no?

mercoledì 25 gennaio 2017

Your Name ( Kimi no na wa) di Makoto Shinkai - Recensione -


Titolo originale: 君の名は。(Kimi no na wa.)
Paese di produzione: Giappone
Anno: 2016
Durata: 107 minuti
Genere: animazione, sentimentale, scolastico, viaggio nel tempo
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto: Makoto Shinkai
Sceneggiatura: Makoto Shinkai


"Quel giorno in cui sono cadute le stelle è stata come… Come una visione dentro a un sogno, niente meno di questo. Uno spettacolo magnifico." 

I legami che uniscono due persone sono un po' come i fili di un ricamo... si formano, si intrecciano, formano schemi, a volte si sciolgono, a volte si riformano quando meno ce lo aspettiamo. Ogni punto, colore o intreccio rappresenta quindi un punto della nostra storia in comune, ma cosa succederebbe quando due fili apparentemente destinati a non intrecciarsi mai finiscono per incontrarsi? Makoto Shinkai ci narra una bellissima storia d'amore dove il bandolo della matassa sembra impossibile da scogliere, in una infinita girandola di intrecci mancati.

Mitsuha Miyamizu, è una studentessa delle superiori che vive in una piccola città di montagna (Itomori) che desta, con una situazione famigliare disastrata (la madre è morta e il padre si è buttato totalmente nella politica per sopperire al dolore, dimenticando i propri figli) e vorrebbe trasferirsi a Tokyo (il suo sogno è quello di diventare un ragazzo carino di Tokyo). Mettiamoci che deve vivere assieme alla nonna (sacerdotessa) e alla sorella minore in un tempio dove bisogna rispettare dei riti che mettono in imbarazzo la ragazza. Nel frattempo Taki Tachibana, un giovane studente di Tokyo dal comportamento leggermente irascibile, ma dal cuore d'oro vive la sua vita di tutti i giorni, lavorando al ristorante italiano "Il giardino delle parole" (gradito omaggio del regista sia all'Italia che al suo precedente lavoro). Un giorno all'improvviso, senza nessuna apparente ragione, i due ragazzi si trovano rispettivamente l'uno nel corpo dell'altro. Inizialmente i due non avranno un chiaro sentore di cosa sta succedendo, visto che al risveglio nel proprio corpo hanno solo un vago ricordo di quanto accaduto nel corpo dell'altro, causando al proprio opposto molto momenti imbarazzanti, ma nel corso del tempo riusciranno a trovare un metodo per comunicare e organizzare la vita dell'altro al meglio.  

Your Name è stata una vera rivelazione fin dalla sua prima uscita in Giappone, conquistando le vette delle classifiche cinematografiche e ha battuto record su record al botteghino. Logico quindi che prima o poi sarebbe arrivato anche qui da noi (e io contavo con trepidazione i giorni che mancavano all'arrivo del film nel nostro paese). Ammetto con sincerità che la precedente opera di Shinkai (Il giardino delle parole) non mi aveva convinto pienamente. A una bellissimo comparto tecnico (sopratutto nei disegni) si accostava una storia tutto sommato non pienamente riuscita. In questo caso invece è stato amore a prima vista (fin dai primi trailer usciti). 

Questa volta Makoto Shinkai ha superato se stesso. Inizialmente la storia sembra un classico shojo (con elementi simili al manga Ranma 1/2 di  Rumiko Takahashi ), con una buona componente comica e una storia che si riallaccia molto al tema del filo rosso del destino e agli amori scolastici. Proseguendo nella visone del film però ci si accorge che la storia ha un respiro molto più ampio e una storia cosi bella da rimanere con gli occhi incolati allo schermo (sopratutto certe rivelazioni nella seconda metà del film hanno letteralmente spiazzato il pubblico presente in sala). I personaggi sono così ben caratterizzati, che si finisce per sentirli vicini, si vorrebbe entrare nella pellicola per aiutarli, si ridere con loro quando la situazione si fa buffa e si tifa e ci si dispera per loro quando la situazione si fa complicata (una sensazione di calore cosi forte come quella che ho provato durante la visone del film non mi capitava da tempo). 

Mitsuha e Taki devono far fronte a un rapporto che sembra avere tutto contro, al risveglio non ricordano neanche il nome dell'altro per dire, al punto tale che la domanda su chi sia l'altro (Come ti chiami?) diventa una sorta di mantra ripetuto costantemente nel film. Un rapporto che diventa qualcosa di temporaneo, di sfuggevole, una costante sensazione di vuoto... e proprio per questo bellissimo. 

Uno dei momenti più divertenti del film, ma dal
tocco veramente realistico .
(sarebbe sicuramente la prima cosa che farebbe un uomo
se si trovasse nel corpo di una donna).
Anche i personaggi secondari sono caratterizzati ottimamente, con pochissime frasi e gesti riescono a renderci chiaro il loro carattere e pensiero. 

Mi è piaciuto molto il fatto che i protagonisti quando sono nel corpo dell'altro riversano anche i loro caratteri e non soltanto la semplice voce, con Mitsuha che parla in modo effeminato (un quasi farsetto) e con atteggiamenti femminili quando è nel corpo di Taki e il ragazzo che si agghinda in modo molto trasandato per una ragazza e attua un atteggiamento molto più aggressivo quando è nel corpo di Mitsuha.   

Anche la componente tecnica è bellissima, con questo stile molto realistico (nella città) ma allo stesso carico di sfumature simili a pennellate di colore (nella campagna). Sopratutto un ottimo e oculato utilizzo della cgi, sempre funzionale e mai disarmonico nel contesto. Molto bella anche la colonna sonora, che riesce a legarsi bene alla storia raccontata (come nel precedente capitolo che nella canzone di Motohiro Hata - Rain trovava una sorta di sunto spirituale, qui accade lo stesso con la canzone dei RADWIMPS – Nandemonaiya, anche se la mia canzone preferita del film rimane ZenZenZense dello stesso gruppo).

Davvero un peccato che questo film non sia rientrato nella lista dei canditati all'oscar per i film d'animazione (facciamo una petizione e togliamo Moana/Oceania per metterci Your Name :P ).

Per concludere è film che mi ha veramente emozionato, con una trama bella e ricca di colpi di scena, con un ottimo comparto tecnico. Andatalo a vedere al cinema se potete o prendetelo/affiatatelo in formato fisico se non ci riuscite. Non scaricatelo in modo illegale per favore questo è un film che merita veramente ogni centesimo che costa .   




Premete paly e fate partire la magia