lunedì 10 agosto 2020

Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi - Recensione -



Pinocchio è uno dei personaggi letterari più famosi, molti probabilmente lo conoscono grazie al film omonimo della Disney, e il suo libro è stato tradotto in più di 220 lingue diverse (complice il fatto che dal 1940 i diritti d'autore sono scaduti). Un successo che il tempo non è riuscito a scalfire, visto la costante riproposizione della storia del burattino. Basti pensare allo sconosciuto ma rispettoso del materiale originale film animato del 1971, alla famosa serie tv della Rai o il recente film di Garrone.

Una storia di formazione dal lieto finale e dai giusti messaggi pedagogici. Tutti la conosciamo, perlomeno a grandi linee: un discolo impenitente ma sostanzialmente buono, che si fa traviare dalle cattive compagnie ma che alla fine dopo diverse traversie trova la giusta strada e per ricompensa diventa un bambino vero. E se vi dicessi che di questa storia esistono due versioni differenti? Quasi agli antipodi? Infatti se si guarda con attenzione si può notare una certa discrepanza tra i primi quindici capitoli del romanzo e i successivi. I primi hanno un tono decisamente più oscuro, il tema della crescita morale del personaggio è decisamente messo in sordina.

I disegni di Simone Stuto
Come tanti racconti fiabistici è indubbio che il personaggio di Collodi ha subito nel corso del tempo uno snellimento in molti aspetti, sopratutto quando il testo brillava per crudezza e dubbia moralità. Eppure in questo caso si assiste ad un ulteriore sviluppo della vicenda. Tra il 7 luglio e il 27 ottobre del  1881 un titubante Collodi pubblica in quindici capitoli quella che sarà la prima versione del romanzo. Una storia molto diversa da quella che conosciamo, con un burattino che non ha nessuna voglia di apprendere dai propri errori, egoistico, che antepone sempre la scorciatoia facile e veloce alla strada giusta ma difficile. Pronto a calpestare la bontà paterna e i saggi consigli del grillo, forse consapevole di essere vittima di un destino che non esita più volte a farsi beffe di lui. Perfino nel momento di massima tragedia, quando tutto è perduto e finalmente il tanto atteso pentimento arriva, per Pinocchio non c'è riscatto e tutto sembra farsi dileggio della sua situazione.


Una storia decisamente cruda e pessimistica anche per gli standard del tempo, tanto che i piccoli lettori del "Giornale per i bambini" in cui venne per la prima volta pubblicato ne chiedono a gran voce una riscrittura, cosa che porterà l'autore a rivedere la storia, dandoli uno sviluppo più positivo e una conclusione edificante (quella che tutti noi conosciamo). Nasce quindi il Pinocchio due o bis, che non corre senza fiato o ripensamenti verso il suo tragico finale come il primo Pinocchio.


È molto difficile capire cosa passasse nella testa di Collodi per inventarsi un finale così tetro. Sicuramente non pesò il successo editoriale del personaggio, che arrivò come capita sovente solo dopo la morte dell'autore. Forse dipese dal fatto che l'autore non era sicuro del successo della sua creatura e voleva premunirsi da eventuali accuse. Sicuramente molta influenza la ricevette da un suo lavoro precedente, la traduzione della raccolta "I racconti delle fate", che gli fece comprendere le possibili sfumature e i significati reconditi dietro a una storia per bambini. Forse in parte dipese il fatto che autore e creatura non erano così tanto diversi l'uno dall'altro, visto che Collodi fu per gran parte della sua esistenza un scapestrato in costante ricerca di denaro.


Disegno di Gustaf Tenggren
Il finale spiazza il lettore che abbia letto il finale classico, rimanendo spaesato e angosciato da questa versione. Un finale che sembra tratto da un romanzo d'orrore, con il povero Pinocchio inseguito in una cupa foresta da due loschi tipacci (in realtà il Gatto e la Volpe mascherati, che vogliono prendersi gli zecchini d'oro dati al burattino da Mangiafuoco) che più volte lo acciuffano e tentano di toglierli la vita. La prima volta dopo aver scoperto che il burattino tiene il denaro nascosto nella bocca provano a forzala usando un coltello, ma Pinocchio reagisce staccando la mano del gatto a morsi (in una scena decisamente sanguinosa). Il protagonista riesce nuovamente a scappare, con tanto di presenze oscure che durante la fuga si palesano, solo per poi essere di nuovo raggiunto dal duo che questa volta cerca di farlo fuori a colpi di coltello (senza riuscirci visto la dura scorza del legno di cui è composto). Alla fine decidono di impiccarlo, e il povero burattino dopo ore di dolorosa agonia, in una struggente e angosciante conclusione dopo aver invano invocato l'aiuto paterno conclude la propria breve esistenza.

 "Oh babbo mio! Se tu fossi qui!" E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito

La fine di Pinocchio


In questa versione per Pinocchio non c'è riscatto o risoluzione edificante. I suoi errori pesano come macigni, si accumulano sempre di più e alla fine lo trascinano per il suo doloroso ma ineluttabile finale. Un mondo grigio, dove il raggiro e la falsità hanno il sopravvento su quelle scintille luminose di bontà che il protagonista incontra. Una vera e propria antifiaba.

Il fatto che Pinocchio nasca già famoso (i burattini di Mangiafuoco lo conoscono di fama pur non avendolo mai visto prima) e concluda la sua breve esistenza impiccato con i denari in bocca porge una serie di riflessioni evangeliche impossibili da evitare. Basti pensare anche a molti elementi ulteriori di simiglianza come Geppeto, falegname e padre putativo, la fata turchina che nella sua versione definitiva potrebbe accostarsi alla Madonna (la versione presente in questo romanzo decisamente no).

La Fata Turchina in questo romanzo è lontana anni luce dalla calda figura materna che tutti conosciamo. Ha un breve ma intenso ruolo solo nell'ultima parte del romanzo. Qui la incontriamo durante la fuga del burattino dai suo aguzzini, sotto la figura di una diafana e cadaverica bambina, che nonostante i pressanti appelli di aiuto del protagonista non risponde con null'altro che annunciando la propria dipartita. Pinocchio sembra aver incontrato uno spirito dell'aldilà che gli fa da monito per quello che accadrà entro poco a lui stesso. Una regina oscura, un ventre sterile che tutto prender e nulla da, cieca ad ogni sofferenza altrui (una parodia oscena degli spiriti buoni della natura).

Il romanzo poi non nasconde poi una sottile vena di sadismo, che più volte si accanisce più volte sul protagonista, come quando un Pinocchio disperato per i morsi della fame chiede agli abitanti del villaggio vicino qualcosa da mangiare ma ottiene solo una secchiata di acqua gelida (sperando che perlomeno non venga dal pitale) o quando alla conclusione del romanzo, dopo deciso con il Gatto e la Volpe di fermarsi presso una prestigiosa locanda gli tocca pagare vitto e alloggio per tutti e tre, visto che il duo dopo essersi abbuffati (ovviamente seguendo le "parche e rigide" regole della loro dieta) sono fuggiti nottetempo per preparargli l'agguato.

Carabinieri e burattini, un rapporto problematico dal 1881
Il Palindromo ripropone quindi la versione originale di Pinocchio, una versione decisamente più oscura ma dal fascino veramente ineguagliabile. Forse aveva ragione Calvino a considerare Pinocchio << L'unico romanzo italiano da ascrivere al Romanticismo nero e fantastico>>, sicuramente l'influsso della vera tradizione fiabistica, basti pensare a Basile o ai fratelli Grimm, oscura e spesso dal significato recondito misterioso e sfuggente. I mie complimenti vanno alla casa editrice per aver riproposto questa edizione di cui ammetto avevo solo una vaga idea.

Bellissimi anche i disegni di Simone Stuto, che sono riusciti in modo perfetto le atmosfere oscure e angoscianti del romanzo.

Potete acquistare il volume qui

12 commenti:

  1. Conoscevo la versione tetra di Pinocchio ( così come quella di numerose altre arrivate ai giorni nostri molto edulcorate ), e ti devo dire che in base ai miei gusti, probabilmente preferisco questa versione. :-P
    Scherzi a parte, resto molto affezionato a Pinocchio che mi ha accompagnato fin da piccolo.
    Ho ancora una foto di me nella culla con il pupazzetto di Pinocchio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anch'io adesso apprezzo la versione Dark, anche se forse da bambino non l'avrei apprezzata così tanto. Pinocchio rappresenta nel bene e nel male molti dei difetti di noi italiani. Ci siamo tutti cresciuti con il buon burattino quindi ci credo.

      Elimina
  2. Ciao. Conoscevo già che la prima versione di Pinocchio finisce con il burattino che finisce appeso per il collo (poi se non ricordo male furono le lamentele dei lettori che spinsero Collodi ad andare avanti) anche se prima ho conosciuto prima Disney poi la versione bis e infine quella originale devo ammettere che forse perché sono cupo e cinico ma preferisco il finale originale (che si può rivedere nel destino di lucignolo che muore di fatica e di botte). Comunque complimenti per l'analisi che fa luce su un grande capolavoro italiano.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille, è una versione che mi ha colpito molto.

      Diciamo che come finale è decisamente interessante nelle sue riflessioni. Sopratutto per certi elementi che come detto da Calvino lo rendono unico nel suo genere.

      In effetti Lucignolo potrebbe essere una sorta di Pinocchio bis in negativo, anche se credo che la sua fine vada sempre verso l'esempio morale (una sorta di: "non fare come lui o finisci male". Oggi una soluzione del genere farebbe svenire ogni educatore che si rispetti) .

      Elimina
  3. Un bellissimo post. Ho un'edizione del romanzo che contiene una lunga prefazione nella quale sono contenuti molti spunti qui presenti. Collodi stesso è una figura decisamente affascinante. Pensa che mi era balenato in mente di mettere in scena il come scrisse la storia. Diversi personaggi sono ispirati alla sua vita reale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille. Sono d'accordo, mi devo informare di più sulla sua persona, sicuramente ne verrebbero fuori delle belle.

      Elimina
  4. "Una regina oscura, un ventre sterile che tutto prender e nulla da, cieca ad ogni sofferenza altrui (una parodia oscena degli spiriti buoni della natura)."
    Ad onor di precisione, simili figure erano presenti nella cultura europea pre-cristiana da tempo immemore. Pensa solo alla Banshee irlandese, che altro non è se non lo spirito di una vedova morta suicida che compare dinanzi agli sventurati viandanti, pettinando i suoi lunghi capelli spettrali, emettendo urla sinistra annunciando (di fatto) sciagure e sofferenze.
    Mi sembra più che ovvio che Collodi abbia preso ispirazione da una figura affine, e non che se la sia inventata rovesciando in "negativo" la figura della fata classica (anche quest'ultima, NON SEMPRE dolce e benevola).

    RispondiElimina
  5. Può essere, avendo anche tradotto numerose fiabe francesi probabilmente tale figura non gli era sconosciuta. Sicuramente è interessante vedere come poi nella versione "riveduta" il personaggio abbia perduta gran parte delle sue qualità oscure.

    RispondiElimina
  6. Ciao, arrivo da te dal blog di Luz. Intanto congratulazioni per il Chaplin Award! Questo post è davvero interessante. Non conoscevo la versione primigenia di Pinocchio e ti ringrazio per l'analisi approfondita. Intuisco le ragioni per cui Collodi sia stato costretto a cambiare approccio e finale, ma sono convinta che nelle favole si nascondano sempre messaggi orrorifici. In fondo suscitare la paura, con più o meno garbo, è una delle funzioni educative delle storie che devono farci riflettere sul senso del bene e del male. Un caro saluto e buon anno

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Elana! Grazie mille, è un gradito premio per il sottoscritto (anche se non sono sicuro di meritarlo come te e altri illustri colleghi).

      Mi fa molto piacere. Pinocchio è un personaggio letterario che credo sia riuscito come pochi a descrivere pregi e difetti della nostra Italia.

      è un discorso complesso ma diciamo che le fiabe sono una delle forme più arcaiche e longeve di narrazione della storia della umanità. Spesso le loro storie nascondono significati reconditi e misteriosi (La Cenere di Cenerentola intesa come simbolo di morte e rinascita, le scarpe come elemento rappresentate l'energia o lo sposalizio, le tre prove da superare come elemento di superamento dello status quo precedente ecc). Erano un elemento che serviva alle gente comune per analizzare e comprendere il mondo intero. Un mezzo rivolto anche agli adulti e per l’intrattenimento generale.

      C'è da dire che la Disney nelle sue riproposizioni delle fiabe a tranciato ogni elemento ambiguo o di analisi profonda che non fosse in linea con il suo pensiero su come andasse narrata una storia per famiglie (le fiabe erano anche scelte perché non avendo diritti da pagare o persone con cui trattare erano molto più facile realizzare un film partendo da questo genere). Questo a portato alla lunga a modificare la percezione della gente su questo genere letterario.

      Elimina
  7. Ciao, Long John, sono riuscita a leggere il tuo articolo su Pinocchio che avevo indegnamente perso. Complimenti per il Chaplin Award! Non conoscevo per nulla questa versione più tetra, anche se ricordavo che la versione "ufficiale" mantiene degli elementi piuttosto spaventosi, tra cui l'impiccagione, mitigati dal finale consolatorio. Mi sembra anche di ricordare che Collodi non amasse questo suo libro. A me il cartone animato Disney non piace, l'ho sempre trovato zuccheroso.
    Pensa che a un corso universitario di istituzioni politiche la docente aveva spiegato le "workhouses", dove i poveri venivano reclusi e costretti a lavorare, e aveva menzionato proprio Pinocchio. Aveva detto che era un esempio di romanzo edificante ed emblematico della mentalità ottocentesca, per la quale i poveri dovevano essere inseriti nel processo produttivo e incasellati nella gerarchia sociale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille.

      Verissimo, io ricordo ancora con i brividi la scena dove i conigli neri portano la bara nella stanza di Pinocchio visto che si rifiuta di prendere la medicina che gli offre la fata turchina oppure morte di Lucignolo che il burattino incontra ormai in fin di vita sotto forma di asinello.

      Vero, Collodi non fu mai pienamente soddisfatto del libro (anche se paradossalmente il suo personaggio gli assomigliava molto nelle sue avventure giovanili).

      Disney ha preso solo a grandi linee la trama del romanzo (edulcorando molti degli aspetti più crudi) ma visivamente rimane ancora un piccolo gioiello dell'animazione classica.

      Potrebbe benissimo essere così, di analisi sul romanzo ne sono state fatte tantissime: C'è chi dice che si tratterebbe di un romanzo massonico, visto che molti passi del romanzo sembrano riprendere le fasi di iniziazione di quella associazione. Secondo altri il romanzo potrebbe contenere al suo interno una versione più vicina ai vangeli apocrifi di Gesù. Oppure è una semplice romanzo di redenzione di un burattino un po' discolo che voleva diventare un bambino vero.

      Elimina