martedì 28 marzo 2017

La tartaruga rossa - Recensione -


Titolo originale: La tortue rouge
Paese di produzione: Francia, Belgio, Giappone
Anno: 2016
Durata: 80 min
Genere: animazione, drammatico, fantastico
Regia: Michaël Dudok de Wit
Produttore: Rémi Burah, Olivier Père, Isao Takahata


Ero molto indeciso se andare a vedere a vedere questo film oppure no, ma complice un'anteprima su mymovies e la mia cronica passione per l'animazione in generale mi hanno fatto propendere per l'acquisto del biglietto (con buona pace del mio già magrissimo portafoglio). 

La storia inizia in media res con un naufrago che si ritrova in una isola tropicale disabitata, dove si trova a combattere con la natura per la sopravvivenza. Il nostro protagonista non si da per vinto e crea più volte una zattera con cui tentare di abbandonare l'isola, ma ogni tentativo di allontanarsi viene ostacolato da una tartaruga rossa di grandi dimensioni.

Il primo lungometraggio di Michaël Dudok de Wit (vincitore del premio Oscar nel 2001 per il cortometraggio: Father and Daughter) è una interessante opera, visivamente accattivante e che offre un'interessante e personalissima visione di una storia sul ciclo della vita e il rapporto tra uomo e natura.

Sicuramente l'elemento che più colpisce inizialmente è la totale assenza di dialoghi, con solo piccole esclamazioni vocali a fare da supporto, facendo in modo che siano le azioni, le espressioni facciali dei personaggi e la musica a raccontarci le loro storie e pensieri. Lo stile di disegno mi è piaciuto molto, con questa alternarsi tra disegno tradizionale e computer grafica sempre perfetto e mai accessorio. Il character design è veramente adorabile, con un stile che risente fortemente del tipico tratto delle bande dessinée (fumetto franco-belga).

Bellissime le musiche di  Laurent Perez Del Mar, che riesce nell'arduo compito di non far rimpiangere Joe Hisashi.

La storia è molto semplice e divisa in atti separati (quasi fossero un ciclo pittorico), ma comunque ricca di significati e con alcune scene dal sapore fortemente onirico, con un background culturale che riprende sia le tradizioni occidentali (per esempio alcune scene mi hanno ricordato il mito delle Selkie) che la tradizione orientale (una flora cosi ricca di bambù ricorda molto le fiabe giapponesi). Una storia a tratti cruda, con una natura che non si risparmia nel farci vedere il suo lato oscuro, ma dannatamente affascinante. Peccato che la sceneggiatura non riesca sempre a farsi comprendere chiaramente e alcuni passaggi al mio giudizio sono poco chiari nella loro esposizione (per esempio il rapporto che si sviluppa tra il naufrago e la tartaruga), risultando non sempre convincenti, cosa che limita fortemente un film altrimenti perfetto.

In definitiva La tartaruga rossa è un film visivamente stupendo, peculiare, con una storia bella anche se non sempre chiarissima. Onestamente non è un film per tutti, sopratutto non adatta per un pubblico giovane, quindi se volete andare a vederlo al cinema in questi giorni non caricatevi troppo nelle aspettative.

Io ogni volta che leggo su FB:
"È uscito La tartaruga rossa, il nuovo
film dello Studio Ghibli!!!" 
Piccola postfazione: Per quanto per lungo tempo sia rimbalzata in giro l'idea, questo non è un film Ghibli. Lo studio Ghibli ha solo prodotto il film, ma non ha nessun ruolo diretto nella sua realizzazione (difatti il film è stato realizzato in Francia), ma comprendo che avere il grosso nome della "Disney giapponese" sulle spalle aiuti ad attirare pubblico. Quindi se andate a vedere il film nella speranza di vedere un film alla Miyazaki maniera questo film potrebbe deludervi.

domenica 26 marzo 2017

Ultima oasi di Alfonso Zarbo - Recensione -


Se c'è un luogo che il fantasy in generale, e sopratutto quello italiano, hanno sempre evitato è l'ambientazione in terra islamica. Forse complice il fatto che a parte le atmosfere sognanti delle mille e una notte, quasi nulla della produzione araba è conosciuta in occidente. Alfonso Zarbo con il suo romanzo tenta di sopperire a questa lacuna creando una storia che per molti versi ricorda al sottoscritto il gioco Prince of Persia.

La trama vede la Terra dilaniata e inaridita da un Sole morente, che ha prosciugato con i suoi raggi la maggior parte delle risorse naturali della Terra, causando in breve tempo la scomparsa di tutte le civiltà umane. Solo nella machiavellica e oscura città di Ultima Oasi l'umanità ha trovato l'ultimo rifugio per la sopravvivenza. Purtroppo nulla dura in eterno e l'oscurità preme ai confini del regno più minacciosa che mai. I due principi della città, dalla vita diametralmente opposta, dovranno trovare grazie all'aiuto di una ragazza misteriosa e di una tigre la forza per salvare gli ultimi uomini dalla estinzione totale.

Il libro di Zarbo ha ottime idee, una ambientazione interessante, ma purtroppo il testo ha una serie di errori di scrittura che ne minano il risultato finale.

L'autore ha spesso molta difficoltà ad usare in modo chiaro il punto di vista (o POV), costringendo molte volte alla rilettura della frase perché non si capisce bene chi sta svolgendo l'azione e causando confusione durante la lettura.

Altra difficoltà incontrata è il fatto che i capitoli del romanzo sono incentrati, sopratutto nella prima parte del romanzo, alternativamente su uno dei due protagonisti e ognuno essi è leggermente spostato in avanti nella linea temporale. Cosa che ammazza di molto la scorrevolezza, con il lettore chi si trova come una pallina da ping pong sballottato a destra e a sinistra tra i due personaggi senza avere mai un minimo di pausa per appassionarsi o perlomeno farsi coinvolgere dal protagonista di turno per comprenderne le motivazioni. Complice anche la durata davvero troppo breve degli stessi capitoli, ogni capitolo non dura mai più di 3 o 4 pagine.

I protagonisti hanno una buona caratterizzazione, anche se alla lunga si nota una certa somiglianza di fondo tra i due, ma nulla che non possa essere perdonato. Purtroppo lo stesso non si può dire dei personaggi secondari, che vittime del poco spazio disponibile per ogni capitolo, sono quasi sempre abbozzati e dalla motivazioni molto spesso lacunose, con le iterazioni con i personaggi principali che non riescono mai a rendere le sfumature dei personaggi, finendo per tralasciare aspetti si importanti ma secondari nella storia. Emblema di questo problema è il personaggio di Liria, che fin dall'inizio risulta mal concepito, quasi l'autore non avesse una chiara idea di come impostare questo tassello nel puzzle della storia. Si vede lo sforzo fatto da Zarbo per dotare al personaggio un velo di mistero, ma il risultato alla fine non premia, anzi finisce per non comprendere come mai i principi accordino una tale fiducia a una ragazza di cui non sanno nulla.

Le battaglie sono ben gestite, anche perché l'autore preferisce giustamente limitare il numero di nemici presenti e la durata dello scontro, vista la difficoltà di descrivere una enorme massa di armigeri in combattimento per un scrittore esordiente. Non assistiamo quindi per fortuna a strafalcioni clamorosi di Troisiana memoria (I famosi eserciti che si muovevano di svariate centinaia di chilometri in un giorno solo per dire una). Ci sono comunque alcuni elementi che andrebbero rivisti, come la prima battaglia del principe Arkham, dove i nemici tra un capitolo e l'altro cambiano magicamente di posizione all'interno del campo di battaglia (Lasciando perdere il fatto che il principe brucia l'elemento sorpresa per futili motivi. Durante la lettura non riuscivo a non pensare a questi poveri soldati che si nascondono sotto la sabbia per ore con il sole cocente addosso nella speranza di incontrare il nemico).

Durante la lettura si nota spesso che qualcosa manchi, come se l'autore avesse tagliuzzato la storia per farla entrare nei limiti delle duecento pagine. Lo si nota spesso come detto prima nei personaggi secondari o nelle vicende inerenti la città, dove troppo poco ci viene rilevato e molto taciuto, anche di elementi a mio giudizio interessanti della trama (come la missione dei maghi rilevata dall'aiutante progettista arrestato e mai più approfondita). Molti colpi di scena vengo rovinati proprio da questa fretta ingiustificata di andare avanti, cosa che non permette di sviluppare al meglio la trama, con personaggi principali  poco coinvolti dagli eventi che stanno accadendo intorno a loro, anche per eventi molto importanti che li coinvolgono personalmente. Si nota che la storia avrebbe la necessità di almeno un'altro centinaio di pagine per essere sviluppata pienamente. Probabilmente alcuni elementi saranno approfonditi nel prossimo libro, che il finale aperto sembra annunciare, ma rimane comunque una sensazione di fastidio per storia che poteva dare molto di più.

I due principi protagonisti mi hanno ricordato
molto il principe di Prince of Persia.
Punto forte dell'autore è la sua capacità di creare un modo vivo e realistico, ricco di colori e molto interessante da leggere. Si finisce veramente per immergersi in questa città misteriosa dagli oscuri antri e alcune trovate della trama sono molto interessanti.

In definitiva Ultima oasi di Alfonso Zarbo è una piccola gemma grezza, che avrebbe bisogno di un lavoro di buon editing. Se infatti alcuni elementi sono facilmente imputabili all'inesperienza dell'autore, molti elementi invece potevano essere risolti semplicemente dando una controllata al testo (o se è stato fatto il lavoro è veramente pessimo). Sembra quasi che il romanzo sia stato stampato cosi come inviato dall'autore, senza o quasi controlli di sorta.

giovedì 23 marzo 2017

Omicidio all'italiana - Recensione -


Anno: 2017
Durata: 99 min
Genere: commedia, grottesco
Regia di: Maccio Capatonda
Soggetto di: Maccio Capatonda, 
Gianluca Ansanelli, Sergio Spaccavento
Sceneggiatura di: Maccio Capatonda, Gianluca Ansanelli, 
Herbert Ballerina, Daniele Grigolo, 
Danilo Carlani, Sergio Spaccavento

Pietro Peluria (interpretato da Maccio Capatonda) è il sindaco di un piccolissimo paese molisano, dimenticato da tutti e con il costante pericolo di scomparire definitivamente per la mancanza di abitanti. I tentativi di risollevare la situazione del paese falliscono e il primo e unico sponsor del paese (la contessa Ugalda Martirio in Cazzati) decide di non finanziare più alcuna strampalata iniziativa del sindaco. Pietro e suo fratello (che gli fa anche da vicesindaco) vanno a trovare la contessa con la speranza di convincerla a ritornare sui suoi passi, purtroppo il nostro scapestrato duo trovano la donna morta sul divano e invece di chiamare la polizia per denunciare il decesso decidono di organizzare un falso omicidio per poter così attirare l'interesse del programma televisivo di criminologia "Chi L'Acciso", condotto dall'avvenente "giornalista" Donatella Spruzzone, in modo da incentivare l'interesse degli spettatori e indurre i turisti a visitare Acitrullo. Il paese riesce cosi a raggiungere il successo ma una serie di disastri finiscono per mettere nei guai il sindaco.

Se c'è un pregio da dare a Maccio Capatonda è quello di aver dimostrato che la commedia italiana può essere altro oltre le stantie e ripetitive commedie cinepanettone nostrane, sopratutto che in una commedia italiana si possa ridere ma allo stesso riflettere sulla condizione italiana (come nel suo film precedente Italiano Medio). Arrivando al punto di non star più ridendo dei difetti del personaggio ma con inquietudine accorgersi di star ridendo dei nostri difetti, di tutto un popolo.  

Purtroppo in Omicidio all'italiana questi elementi sono presenti solo in piccolissimi sprazzi e la comicità presente non si eleva mai oltre a mettere alla berlina il giornalismo scandalistico e gli appartenenti al settore pubblico alla ricerca di notorietà per fini personali, personaggi logicamente indifendibili, ma senza osare mai di alzare il sipario su chi fa andare avanti questi soggetti, sul popolo che costantemente guarda e apprezza tali mostruosità (Come non citare il fatto che gli orribili programmi condotti da Barbara D'Urso sono tra i più seguiti in Italia?).  Rimangono comunque elementi apprezzabili, e in certi punti la comicità nosense di Maccio riesce a risollevare a tratti il film. Come non ridere di fronte al santo "S'anceppato" (San Ceppato) e i suoi assurdi miracoli?

Purtroppo rimango molti gli elementi che non funzionano e molte gang sono mal riuscite (onestamente la comicità o la critica che dovrebbe rappresentare la famiglia che viaggia per visitare Acitrullo non sono riuscito a capirla. Sopratutto la scena con l'incidente). Il cast che da sempre gira intorno a Maccio non convince, incapace di tenere la scena per più di qualche minuto. Sopratutto Herbert Ballerina non convince mai nel suo ruolo e le gag che lo coinvolgono non riescono quasi mai far ridere. Stendiamo un velo pietoso sulle prestazioni recitative di Nino Frassica e Sabrina Ferilli, ma si capisce che erano nel film per altri motivi.  

In definitiva il film di Maccio Capatonda è un onesto film comico, con qualche piccolo e riuscito guizzo di comicità arguta e qualche difetto che non lo fanno elevare a cult (sicuramente meglio 100 film così che anche un solo cinepanettone). Un film tutto sommato tranquillo, che accontenta tutti, dal nonno al bambino senza scontentare nessuno. 

lunedì 20 marzo 2017

fiabe islandesi di Iperborea edizioni - Recensione -



Ho sempre adorato leggere le fiabe, sopratutto quando sono riportate in modo fedele alle loro versioni orali. Da esse è possibile rintracciare un filo di tradizioni, spesso risalenti a periodi pagani, che si sono mantenute intatte fino ai giorni nostri. Le fiabe per lunghi secoli snobbate dalla cultura alta, sono state riscoperte nel romanticismo, dove sono nate le prime raccolte che si riproponevano di riscoprire lo spirito genuino della nazione, oggi sono un'utile strumento per comprendere la mentalità del popolo dell'epoca, molto lontano dalla storiografia importante. Le fiabe riflettono la volontà di una popolazione contadina povera,di superare le proprie esperienze di fame, violenze e sopraffazioni, attraverso storia orali per criticare le ingiustizie e suscitasse la speranza di un riscatto sociale che gli elevasse dalle loro condizioni miserevoli.

«Ah ah!» disse la voce nella collina. «Non è mia abitudine risarcire certi scherzi, ma visto che sei venuto fin qui e ti sei accollato questa responsabilità, voglio fare un’eccezione e accontentarti. Vai a est della collina, troverai un puledro. Per sua natura caga cibo e piscia latte: puoi tenerlo e portarlo a casa con te.»

illustrazione di Kate Baylay
Questo è il terzo volume che la casa editrice Iperborea dedica alle fiabe nordiche (precedentemente erano state raccolte le Fiabe Lapponi e Fiabe Danesi), tutte riprese dai primi racconti tramandati oralmente.

L'Islanda terra isolata ha sviluppato un proprio assetto di tradizioni fortemente originali e che risentono molto spesso della tradizione vichinga. Non sarà infatti raro vedere nelle fiabe di questa terra Troll o giganti a varie teste, riti che nonostante l'aspetto cristiano dei gesti risuonano ancora di paganità (come benedire la tavola con un gesto magico).

Molti elementi interessanti traspaiono da questa raccolta, come la nascita del popolo nascosto (o Elfi se si preferisce), che non sono altri che i figli che Eva non era riuscita a lavare prima della visita di Dio (In cui si nota la trasformazione delle storie di radice vichinga al passaggio del cristianesimo) e che quindi vivono una esistenza nascosta all'uomo ma comunque affine, e che in molti casi viene in soccorso del protagonista, in altre invece come antagonista. Il fjöregg (uovo vitale), dalla valenza fortemente simbolica di vita e che assieme alla steinnökkvi (la barca di pietra dei Troll) dimostra la presenza di un tessuto molto più antico di tradizioni che si sono poi fuse con la tradizione cristiana.

Tutte le fiabe sono di breve durata (al massimo una decina di pagine) e molto spesso hanno una struttura molto simile tra di loro. Solitamente divisa in tre atti. Non mancano anche la presenza di storie che si riallacciano a una tradizione extranazionale, quasi una anticipazione della globalizzazione moderna, come in "Vilfríður più bella di Vala" e "Biancaneve" che godono di una forte somiglianza. Esistono temi comunque originali come "Fiaba di Hlini figlio del re", "Le figlie del contadino" dove sono le donne a salvare i loro futuri mariti. Mi ha particolarmente colpito la "Fiaba del re Oddur", una storia che per certi elementi potrebbe essere considerata oggi una fiaba transgender o perlomeno delle difficoltà di genere del protagonista, dimostrazione che certe tematiche siano presenti da molto tempo e non siano il frutto del nostro mondo moderno. Tutte le storie sono caratterizzate da un vena di Humor, quasi canzonatorio, con una tracia sensuale o di crudezza che si intravede nelle storie, tanto da ricordare una saga vichinga.

"Ho divorato due corvi, due topolini, dodici puledri, tredici vitelli, un cane, un bastone e cento pecore, ma potrei divorare anche voi!"

lunedì 13 marzo 2017

Il giardino delle parole di Makoto Shinaki - Recensione -


Titolo originale: 言の葉 の 庭
Paese di produzione: Giappone
Anno: 2013
Durata: 46 min
Genere: sentimentale, scolastico, slice of life
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto: Makoto Shinkai
Sceneggiatura: Makoto Shinkai
Storyboard: Makoto Shinkai


Takao è uno studente delle superiori di 15 anni con il sogno di costruire scarpe come futuro lavoro. Nei giorni di pioggia ama marinare la scuola per concentrarsi sul suo sogno, fermandosi all'interno di un giardino in stile giapponese per esercitarsi. Sarà proprio in un giorno di pioggia, all'interno del parco che incontrerà Yukari Yukino, una misteriosa ragazza di 27 anni. I due uniti dalla necessità di ritrovare un rifugio silenzio, finiranno  per affezionarsi sempre più alla discreta presenza dell'altro, con la complicità della stagione delle piogge. Ma il tempo passa e le giornate di pioggia stanno per finire... 

"In fondo tutti gli esseri umani hanno qualche rotella fuori posto"

Devo provarlo anch'io l'accostamento birra e cioccolata.
Le giornate di pioggia sono eventi particolari, momenti adatti per una riflessione interiore, di raccoglimento, per preparare le energie per un grande balzo. Takao è un ragazzo che vive una situazione famigliare difficile, la madre è divorziata e ha relazioni con uomini più giovani, il fratello maggiore è pronto per il grande balzo e vivere da solo, quindi Takao deve crescere in fretta per gestire la casa e realizzare il proprio sogno (come dice il fratello maggiore la madre sembra molto più giovane della sua età, mentre lui invecchia precocemente al suo posto). Dall'altra parte abbiamo Yukari, una giovane donna che per un evento traumatico ha perso il coraggio di combattere, complice un sentimento di malinconia dovuta dal fatto di non essere compresa nel suo dolore se pur tratta con gentilezza (quasi fosse un vaso delicato). Entrambi però trovano nel giardino giapponese durante le giornate di pioggia un luogo lieto per fuggire un po' dalla pressante e asfissiante realtà ed essere solo se stessi, avendo affianco una persona che riesce ad avere fiducia nell'altro (cosa che causerà alla fine delle incomprensioni in Takao, poi facilmente risolte) senza secondi fini, come due candele in un mare di oscurità. Sarà proprio questi periodici incontri a far nasce nei due un forte ma tacito senso di comunanza, tanto da sfociare in un affetto profondo (tanto da poter essere scambiato quasi per amore) e dare la forza ad entrambi di uscire dal proprio statico limbo e andare avanti e finalmente trovare un posto nel mondo.

Interessante anche il ruolo della pioggia, che sembra quasi un terzo personaggio che scandisce con la sua presenza o meno gli incontri tra i due, ma che allo stesso tempo sembra a seconda della forza del suo scrosciare dare esteriorizzazione fisica ai sentimenti che intercorrono tra i due.

"Adesso che ho ventisette anni, non mi sento minimamente più saggia di quando ne avevo quindici. Forse sono l'unica ad essere sempre rimasta nello stesso posto"   

Una cosa che mi piace molto di questo film è la cura per i dettagli, basta guardare i riflessi sulle superfici bagnate per rimanere affascinati per la quantità e la cura con cui sono riprodotti. Se si guardano delle foto reali e le si compara a scene prese dal film in alcuni casi si fa fatica a notare differenze per quanto sono ben realizzati gli sfondi. Una vera e propria gioa per gli occhi. Anche nei dettagli molto banali come accessori o vestiti si nota una ricerca particolare e ben riuscita, cosa che da una naturale freschezza e realismo ai personaggi.

Belle le musiche, dove si nota il gusto di Makoto Shinkai per l'accompagnamento musicale. Sopratutto la canzone principale "Rain" composta da Senri Oe nel 1988 e rifatta appositamente per il film da Motohiro Hata, che riesce bene a ricreare le atmosfere del film

Davvero bella la cura nei dettagli in questo film
Forse il difetto principale a mio giudizio è la sceneggiatura, di fatto quarantatré minuti non sono sufficienti per sviluppare al meglio la storia, sopratutto in alcuni frangenti le vicende sembrano andare troppo di fretta e alcuni punti della trama rimangono troppo sfumati per essere compresi e apprezzati al meglio (la dolorosa storia di Yukino viene svelata in pochissime e semplici frasi. A mio giudizio un vero peccato). Alcuni personaggi avrebbero sicuramente giovato di un maggior spazio e caratterizzazione, come il professor Ito o la madre di Takao. Un vero peccato.

In definitiva "Il giardino delle parole" è un film dolce e delicato, in cui mi sono rivisto molto (sopratutto in Yukino), peccato per una sceneggiatura a tratti deludente per la sua celerità in alcuni frangenti (per motivi non totalmente dipendenti dal film).

lunedì 6 marzo 2017

Pugni di Armadillo di Carlton Mellick III - Recensione -


Per parlare di "Pugni di Armadillo" bisogna prima parlare della Bizarro fiction (altrimenti ci sarebbe il forte rischio che prendiate il romanzo come il parto di qualche folle e che cestiniate il tutto prima ancora di leggere anche una sola singola frase).

La Bizarro fiction è un genere letterario in cui gli elementi dominanti sono: l'assurdo, la satira, il grottesco e il fantastico (spesso il tutto viene condito da un Humour demenziale/nero). La Bizarro ficiton non ha un genere predefinito, ma viene formato da un miscuglio in cui sono presenti vari generi (in un riuscito amalgama di elementi normalmente in contrasto tra loro).

Il Genere nasce grazie alla mente di Carlton Mellick III e la sua casa editrice "Eraserhead Press" nel 1999. Tale genere trova di solito forma in racconti più o meno lunghi e in rare occasioni nel romanzo breve.

Le caratteristiche del genere Bizarro sono:

  • situazioni incredibili e/o strambe; 
  • almeno tre elementi fantastici/sovrannaturali che caratterizzano la trama;
  • Mescolanza di vari generi letterari tra loro (anche cinematografici);
  • Un forte gusto per il grottesco e l'assurdo, con idee folli che si fanno reali e concrete.

Possono anche esserci:

  • Dissacrazione dei tabù della società;
  • Umorismo nero, ironia e satira;
  • Violenza eccessiva e splatter. 

Per fare un esempio concreto in "La vagina infestata" il protagonista scopre che la vagina della sua ragazza è un portale per un'altro mondo. Ne "Il villaggio delle Sirene" la sopravvivenza di una specie in via di estinzione, predatrice di esseri umani, va a discapito della vita stessa degli abitanti dell'isola.

Per ulteriori approfondimenti vi lascio all'articolo creato dal Duca di Vaporteppa e da Chiara Gamberetta (qui) e alla pagina di Wikipedia (qui).



Pugni di Armadillo è sicuramente una delle opere più inusuali della sua produzione e allo stesso tempo più interessanti di Mellick III (a giudizio personale). Protagonista della storia è June Howard, una donna che per una serie di vicissitudini vuole diventare un pugile professionista. Dovendo affrontare un avversario ostico, si è fatto installare due armadilli al posto delle mani per vincere. Purtroppo la cosa finisce male e June viene squalificata.

June avendo perso il suo sogno è costretta per vivere a combattere in arene clandestine, fino a quando un boss mafioso non le offre un lavoro come suo "Allenatore". In una di queste sessioni di allenamento, dove la boxer picchia il proprio datore di lavoro in modo pesante (in quanto egli è un masochista che trova solo nell'essere picchiato la forza per avere ancora una erezione), colpendolo troppo forte finisce per ucciderlo scatenando le ire della sua banda. L'unico disposto ad aiutarla è Mister Meraviglia, ex pilota di corse su dinosauri che ha perso gli arti all'altezza di gomiti e ginocchi, ma non l'abilità di guida.

Pugni di armadillo è un racconto breve molto interessante. Cosa si è disposti a fare per trovare un posto nel mondo? Cosa possiamo fare per riempire quel senso di vuoto che ci attanaglia? June avendo toccato il fondo decide di usare ogni mezzo, anche il più sporco per risalire. Peccato che quando le cose sembrano pian piano mettersi a posto tutto precipiti ancora di più.

Caratteristica molto interessante è il fatto che la narrazione non ha uno sviluppo lineare, ma ogni capitolo ha un tempo e un luogo diversi da quello precedente (ci sono ben 68 capitoli in appena 32.300 parole). Nonostante ciò non ho riscontrato difficoltà di lettura o comprensione della storia. Ogni capitolo finisce per diventare un pezzo che arrochisce la trama del gigantesco puzzle della storia.

La trama riprende molti degli stilemi dei film tarantiniani, sopratutto del film Le Iene. I personaggi presenti sono tutti ben caratterizzati utilizzando solo poche righe di descrizione. Sopratutto i cattivi, sono ben pensati e convincenti. Tutti gli antagonisti sono caratterizzati da un sopranome e un numero che ne indica il grado di pericolosità (impossibile non apprezzare personaggi come Mr Scusa o Mr Smile per esempio), ognuno di loro dispone poi di peculiari tecniche di combattimento mai banali o ridicole (Mi hanno ricordato molto i personaggi di "Sin City" di Miller). Vogliamo mettere poi la presenza di Dinosauri meccanici come mezzi di locomozione?

Forse punto negativo del romanzo sono i protagonisti, fin troppo privi di mordente e oppressi dalla personalità dirompente degli avversari. Oltre al fatto che non presenti elementi di critica sociale ai piccoli diktat del nostro vivere quotidiano, che quotidianamente approviamo o sopportiamo (La fissa nel tenere i bambini sotto una bolla protettiva come in "La marcia carnale" per dire) e che Mellick è cosi bravo a prendere in giro rendendoli folli e assurdi, qui non sono quasi per nulla presenti. Mettiamoci pure che l'autore tende a dare un taglio troppo cinematografico a una storia pensata per un libro, cosa che non porta a un reale vantaggio per la storia, anzi... Quindi se avete adorato i racconti come "Il villaggio delle sirene" o "La vagina infestata" questo racconto potrebbe deludervi.

Sono rimasto davvero sorpreso dal finale. Toccante e sorprendente, ci sono rimasto veramente male.

Romanzo promosso a pieni voti per me. Ottima base di partenza per chi si avvicina per la prima volta al genere Bizarro fiction, essendo particolarmente limitato (i pugni armadillo e le macchine dinosauro non sono troppo folli come idea), sia perché la storia non presenta troppi elementi gore. L'unico elemento che non potrebbe piacere è la non linearità dalla narrazione. Per chi ha già letto Mellick III, ci sono storie come detto sopra sicuramente più interessanti scritte da lui, ma il mio consiglio è quello di dargli sempre un'occhiata (magari leggendo prima l'anteprima del libro prima di comprarlo).  

Scheda sul sito dell'editore: Qui