lunedì 27 febbraio 2017

Big Man Japan (Dai Nipponjin) - Recensione -


Diretto da Hitoshi Matsumoto
Prodotto da Akihiro Okamoto
Scritto da Hitoshi Matsumotoe Mitsuyoshi Takasu
Musica di Tōwa Tei
Data di uscita in Giappone:  2 giugno 2007
Durata 113 minuti


il deludente protagonista
Masaru Daisato è il sesto discendente di una dinastia di guerrieri capaci di trasformarsi in gigantesco guerriero di trenta metri per combattere i mostri che ciclicamente attaccano il Giappone. Detta cosi sembrerebbe qualcosa di epico, peccato che Sato sia un uomo di mezza età dalla vita noiosa e vuota, con una casa che sembra un tugurio, pagato una miseria dalla stato (tanto da essere costretto a indossare delle degradanti pubblicità durante i combattimenti per racimolare qualche soldo extra), una ex moglie e figlia che si vergognano di lui e la gente che invece di ammirarlo lo considera un fenomeno da baraccone da prendere costantemente in giro (quando non viene disprezzato e odiato). Tra mostri uno più ridicolo dell'altro assisteremo alle disavventure di questo goffo e impopolare eroe.

Il mondo dei fumetti sia americani che giapponesi ci ha abituati a vedere eroi combattere il male senza quasi fregarsi di quello che li circonda, distruggendo nel combattimento qualsiasi cosa gli si pari davanti, senza che le loro azioni abbiano un qualsiasi influenza nella vita della popolazione civile. Quante volte siamo stati abituati a vedere i mostri/cattivi distruggere New York/Tokyo e vedere il giorno dopo la città linda e pulita come se nulla fosse successo? Con gli eroi sempre amati e idolatrati. Ma cosa succederebbe se esistessero davvero mostri ed eroi? La gente sarebbe disposta a supportare il tutto? Considerando che l'eroe non è molto prestante e sopratutto senza spirito combattivo? Masaru Daisato è forse l'eroe più realistico ma allo stesso tempo più patetico e triste che si possa immaginare.

Il film di Hitoshi Matsumoto è girato come una sorta di falso documentario, cosa che ci permette di vedere la noiosa vita di Sato. Un uomo che si trova a svolgere un compito che non ama, ma che non ha la forza di opporsi, tanto da inventarsi una serie di scuse durante le riprese per giustificare il suo stato di apatia; come quella della figlia che vorrebbe vederlo tutti i giorni, ma che egli può vedere solo una volta al mese per il pericolo mostri (in realtà alla figlia del padre non frega quasi nulla e lo vede in realtà solo ogni sei mesi). Lo stile del film dissacra la figura dell'eroe che nel mondo moderno giapponese, teso alla perfezione e alla qualità, non può che guardare con fastidio questa figura venuta dal passato. Con Daisato che finisce per diventare una sorta di pagliaccio, che scimieggia le gesta dei suoi illustri precedessori, ma senza il rispetto e la fama dei precedessori. Emblematica la figura del rito per trasformare il protagonista in gigante, ormai visto solo come una formalità da realizzare il prima possibile, tanto da essere realizzata in totale apatia e messo su come se fosse una cosa fatta solo per rispettare le tradizioni ma sostanzialmente inutile, di cui si è ormai perso ogni comprensione o rispetto,tanto che i partecipanti quando sono intervistati non sono nemmeno capaci di dare un significato al rito e si trovano imbarazzati a balbettare qualcosa frase generica sulla giustizia. 

Gli assurdi mostri del film e Daisato trasformato (con tanto di pubblicità)
Neanche i mostri possono salvarsi da questo stato di acida realtà, tanto da essere delle trasfigurazioni  di alcuni spettri del giapponese moderno (come salarymen, yakuza, giovani sessualmente frustati ecc), in cui il protagonista trova più dei suoi simili da compatire che dei veri e propri avversari da randellare svogliatamente. Allegorica è la scena in cui la popolazione omaggia ipocritamente la figura di un mostro ucciso inavvertitamente dall'eroe, solo per il suo aspetto di cucciolo, ma che era stata essa stessa a richiedere precedentemente l'aiuto del protagonista per eliminarlo.

Il film non può che finire con una parodia/visione fantozziana di un telefilm Tokusatsu (tipo Ultraman) in cui il protagonista comprende la sua inutilità come eroe prima di volare verso l'infinito del cielo. 

Big Man Japan è un film trash tipicamente giapponese, con un'interessante riflessione di fondo che però il regista non è capace di gestire al meglio, sopratutto per un finale veramente senza senso. Una cgi sufficiente per il periodo, ma nulla che faccia gridare al miracolo. Il difetto maggiore del film è la sua lentezza, dovuto anche all'uso di uno stile mockbuster  che se all'epoca poteva essere accettabile oggi dopo l'inondazione di film dello stesso stile non può che diventare pesante da seguire. 

In definitiva per me Big Man Japan è un film da vedere, probabilmente è come detto precedentemente il film più realistico sulla figura dei supereroi, con la sua acida ironia non può che lasciare qualche riflessione nello spettatore.

Lo potete trovare su VVVVID su questo indirizzo in lingua giapponese con sottotitoli.

lunedì 20 febbraio 2017

Sentieri di sangue di Jack Ketchum - Recensione -


Di Jack Ketchum 
edizione Independent Legions Publishing
Anno 2016
Formato: Ebook, cartaceo
Genere: Western, Horror, Splatter


Dopo la fine della guerra con il Messico (1846-48) strani avvenimenti accadono al confine tra le due nazioni, uomini sconosciuti rapiscono donne per offrirle ad antichi dei ritenuti ormai dimenticati. Tre uomini dalla vita turbolenta incontrano una meticcia indio in cerca di vendetta, i cowboy dopo alcune incomprensioni decidono alla fine di aiutare la giovane a fermare le pratiche abominevoli che accadono oltre il confine.

La trama è tutta qui, anche se visto il numero esiguo di pagine non ci si poteva aspettare di più. La componente western è solo un'orpello e poco più (ambientata ai giorni nostri non avrebbe fatto differenze), anche la componente horror è presente a tratti, e quel poco di interessante che viene messo in campo (I sacrifici umani, le tre sorelle-sacerdotesse ecc) serve solo per dare più colore alla storia e mai veramente approfondito (il che a mio giudizio è un vero peccato). L'unico elemento che non ci viene lesinato sono le componenti splatter, veramente pesanti da digerire, anche si distribuite con il contagocce. I personaggi sono macchiette, senza nessuna craterizzazione di rilievo, addirittura i tre vanno letteralmente al massacro senza una motivazione plausibile.

La trama nonostante i difetti sopra elencati è carina e non annoia, anche se si nota che l'autore non ha messo particolare cura per una storia che nelle sue intenzioni era una semplice storia da leggere e dimenticare poco dopo. Lo stile è secco e scevro di orpelli inutili, correndo senza pause dritto alla meta.  

All'interno dell'edizione italiana sono presenti dieci illustrazioni di Giampaolo Frizzi. Idea in se carina, anche se devo dire che personalmente non ho apprezzato il tratto del disegnatore (a mio avviso abbastanza grezzo), che difficilmente riesce a cogliere nelle tavole lo spirito del racconto (tranne forse in una o due illustrazioni).

In definita si tratta di un racconto breve godibile, con qualche difetto e una discreta dose Horror/Splatter e con alcune soluzioni narrative interessanti (per quanto non ben sfruttate). Il fatto che il racconto non si perda in chicchere può essere un'ulteriore vantaggio per renderlo una lettura adatta mentre si aspetta l'autobus o si fa la fila.