sabato 30 aprile 2016

Primo anniversario del blog - Il ritorno di Kenshiro recensione special -



Incredibile ma vero è già passato un anno da quando presi il coraggio a due mani e creai questo blog che frullava da tempo nella mia testa. Forse non sarà granché, non dirà nulla che non sia stato detto, probabilmente ci saranno tipo 8000 errori di vario genere, ma è la cosa più appassionante e divertente che mi sia capita da anni e forse l'unico elemento che possa definire totalmente mio. Ben 66 post sono stati pubblicati, 6500 visualizzazioni uniche dall'apertura del blog non sono male, ma voglio migliorami ancora di più per rendere sempre più interessante e piacevole questo spazio per tutti voi. Voglio ringraziare tutti voi lettori per il supporto che mi date (anche con il semplice passaggio su questo blog). Vi avviso che ho creato un piccolo questionario in alto a destra (dopo cerca nel blog) per comprendere al meglio cosa dovrei migliorare del blog secondo il vostro parere. In special modo vorrei ringraziare i miei amici nella vita reale per aver supportato le mie recensioni e la mia amica blogger Nessie James per il costante aiuto datomi prima e dopo la nascita del blog (potete trovare il suo blog qui. Scrive  anche dei racconti molto piacevoli da leggere). Per concludere che dire? La strada da percorre è ancora tanta e ci milioni di cose da fare e da recensire ma come disse Antoine de Saint-Exupery nel Piccolo Principe: "Conta solo il cammino, perché solo lui è duraturo e non lo scopo, che risulta essere soltanto l’illusione del viaggio.". Quindi vediamo di fare ancora tanta strada insieme.


Passiamo alla recensione di oggi:

Credo di essere stato uno degli ultimi ragazzi ha trovare un vero motivo d'interesse nel guardare le tv locali per motivi non calcistici. Le tv locali erano negli anni 90 ancora piene di vecchi titoli anime, spesso pezzi da 90 degli anni 70-80, anche se già all'epoca si potevano notare che erano ormai echi di un passato ormai scomparso, tant'è vero che molti anime gli vidi spesso in tranci di episodi senza nessun criterio logico. In molti casi sono sicuro di averli visti in corso d'opera, se non addirittura prima il fanale e poi l'inizio. Ma se c'è un anime che ricordo con particolare affetto e nostalgia è Ken il guerriero in una delle sue ultime comparizioni televisive in chiaro. Anime che ero costretto a vedere in sordina con in telecomando in mano o a casa di mio nonno per l'avversione di mia madre per quel determinato cartone. Chiunque abbia visto l'anime di Ken il guerriero ne ricorda il messaggio profondo di amicizia e bontà, i combattimenti spettacolari e il doppiaggio che anche da ragazzini capivamo quanto fosse brutto e fatto in totale risparmio ma ci facevamo bastare quello che passava il convento. 

Immaginatevi come mi sentissi quando scoprì che esisteva un film live action americano di Ken il guerriero. L'emozione di riuscire a trovare una versione sottolineata e scoprire che il film era per citare Fantozzi "Una cagata pazzesca". Scoprire anni dopo per caso che qualche dirigente di Rai 4 aveva deciso di mandare in seconda serata il film doppiato interamente in italiano! Per festeggiare degnamente il compleanno del blog  ho deciso di rivederlo per recensirlo per tutti voi. Spero che questo mio sforzo sia di vostro gradimento. 

Il film si apre con un finitissimo luogo post apocalittico, mentre la voce del maestro Ryuken ci racconta degli eventi catastrofici che hanno portato agli eventi del film. Lord Shin approfittando del caos che vige nel mondo sta creando un vasto impero, non si bene perché forse si annoiava o voleva giocare a risiko con delle pedine vere, fatto sta che tra una conquista e l'altra decide di fare una visitina al maestro di Kenshiro. Il maestro della croce del sud decide di fare fuori il Ryuken (interpretato da Malcolm McDowell famoso per il ruolo di Alex in Arancia meccanica)  usando..... una delle micidiali tecniche di Nanto? Un ascolto di musica neo melodica? No, semplicemente gli spara con una pistola! E con questo già al sesto minuto di film capisci che non sarà un film premio oscar. Lasciamo perdere che nella versione originale è Raoul (fratello adottivo di kenshiro) ad uccidere il maestro, ma la frase che usa Shin per giustificare l'uccisione è una delle più brutte che abbia mai sentito "Questo non è un combattimento, è un'esecuzione!". Il film stacca mostrandoci il villaggio di Paradise Valley, un luogo ameno con frequenti piogge acide ad allietare il soggiorno. Certo che Valle paradiso non è certo un nome geniale per un villaggio che non vuole attirare l'attenzione dei briganti. Qui incontriamo Burt (chiamato nel film Bat per avvicinarsi al doppiaggio giapponese nell'unica scelta comprensibile di tutto il film. Interpretato da Dante Basco che molti di voi si ricorderanno per il ruolo di Rufio in Peter Pan) e Lynn (che in questa versione passa inspiegabilmente dall'essere muta a cieca). Gli sgherri di Shin compaiono dal nulla per attaccare il villaggio, non si sa bene per quale motivo, forse per proporre un abbonamento a Shin Tv, lanciano qualche molotov, uccidono qualche cittadino e cosi come sono venuti scompaiono nel nulla senza aver combinato niente. 

Sentite il rumore della vostra infanzia implodere?
Intanto Ken  cappuccetto rosso (interpretato dall'attore Gary Daniels) chiede rifugio a una coppia di sopravvissuti, che non battono ciglio nell'ospitare un energumeno potenzialmente pericoloso in casa propria, in fondo siamo in un mondo apocalittico dove vige la legge del più forte e la gente vale meno dei sassi che vuoi che sia ospitare un tizio sconosciuto. Durante un incubo/flashback vediamo alcuni eventi accaduti precedentemente, con Daniels che si lancia in espressioni facciali degne di un attacco di diarrea fulminante. Dopo questo incubo Kenshiro si sveglia giusto in tempo per salvare i due inquilini della casa da Platinette e compagni. Qui assistiamo a una delle poche scene in cui si tenta di eseguire qualche mossa della scuola dell'orsa maggiore, naturalmente eseguite nel mondo peggiore e più umiliate possibile. Quindi Ken usa un calcio sfonda mascella sul primo sgherro è fin qui ok (anche se gli effetti speciali sono ridicoli), sfonda poi con un pugno la cassa toracica di Platinette e si prepara per distruggere l'ultimo bandito con la tecnica più micidiale dell'intera scuola di Hokuto. Una tecnica che per la sua violenza non è mai stata mostrata nel cartone, la leggendaria tecnica dei mille colpetti solleticanti di Hokuto o Tuca tuca della morte. Mentre Daniels esegue quello che dovrebbe sembrare i cento colpi distruttivi di Hokuto (o Hokuto Hyakuretsu Ken) qualcosa del vostro io fanciullesco muore atrocemente tra mille dolori e spasmi. Neanche la frase classica per eccellenza dell'anime "tu sei già morto" viene rispettata ma sostituita con un blando "Io ti ho già ucciso". Da questo momento in poi imparate che se Ken si agita come un deficiente vuol dire che si sta preparando per saccagnare di botte i nemici nel modo più ridicolo possibile.

Julia è impressionata dalla volontà di Shin
Durante il combattimento di Kenshiro Shin offre l'ultimo barattolo di marmellata alle fragole ad un all'altro maestro della scuola del sud (che sembra Murdock del A-Team). Il tutto è ovviamente un barbatrucco per eliminare il maestro, che va bene prendere un po' di marmellata con le dita ma usare le mani è da cafoni, ma ci permette di vedere la tecnica definitiva di Shin la "Cinquina fiammeggiante" con effetto vix vaporub incorporato visto come apre le vene. Incredibile ma vero ma il film viene citato il nome originale della scuola di Nanto e la sua corretta suddivisione in 108 scuole (allora qualcosina gli sceneggiatori hanno letto di Ken il guerriero...). Costas Mandylor l'attore che interpreta Shin dimostra una totale inettitudine nelle arti marziali e porta i capelli castani e mossi invece che lisci e biondi come nel manga. Nel palazzo Julia (interpretata da Isako Washio, conscia del fatto che questo film sarà il suo picco cinematografico per tutto il tempo adotterà un atteggiamento perennemente scazzato abbinato a una pronuncia della lingua inglese da colf filippina)  sta rivangando nel passato mentre giocherella con dei semi. Ken che sta fuggendo dal proprio destino (o meglio dalle ramanzine del proprio padre) arriva finalmente a Paradise Vallely dove incontra Lynn e Bat. Qui scopriamo che Lynn ha perso la vista guardando i suoi genitori massacrati dai banditi (film com'è possibile di grazia?) e Ken riprendendo in parte il manga riesce con le sue tecniche a guarirla. Lynn riprendendo a vedere dimostra la reazione più menefreghista possibile alla cosa (io sarei saltato per la gioia, lei è già tanto che sorride). Nel Frattempo Shin ordina al sgherro Jackal (che assomiglia più a Jagger visto che porta un caschetto che evita che la sua testa esploda)  di attaccare il villaggio, cosa che aveva già fatto, ma la sceneggiatura evidentemente si è scordata della cosa.

Visto che Kenshiro ancora non si è deciso ad accettare il proprio destino Ryuken passa alle maniere forti e in versione zombi va a fare l'ennesimo discorso ramanzina al figlio che invece preferirebbe probabilmente visto l'andazzo diventare parrucchiere. Kenshiro è talmente colpito dal discorso del padre da perdere liquirizia dalle cicatrici (che sembrano a loro volta delle fette di wurstel fatte con il pongo). Intanto il villaggio tenta di organizzare una forma di resistenza, mente il nostro eroe mette in pratica il montaggio d'allenamento presente in ogni film di arti marziali dagli anni 80 ad oggi. But che nel frattempo aveva seguito il nostro eroe finisce vittima dei disertori dell'esercito di Shin nella più linda e perfetta giostra post apocalittica del mondo e viene salvato da Kenshiro (unica persona che riuscirà a salvare dell'intero film), che va in bestia quando vede la foto della sua bella sul giubbotto di uno dei soldati. Nello stesso momento Jackal BraveHeart manda i suoi uomini all'attacco del villaggio che offre una resistenza pari a zero requisendo tutta l'acqua. Grazie alle urla assordanti di Lynn (che riesce a farsi sentire da chilometri di distanza) il nostro cavaliere riesce a capire che nel villaggio le cose non stanno andando per il meglio e per evitare una emicrania con i fiocchi va a salvare Lynn. Jackal (interpretato da Chris Penn) per punire la bambina per avergli rivolto brutte parole monta una linda ghigliottina nuova di zecca tutta per lei (evidentemente se la portava dietro specificatamente per questo tipo di reati). L'esecuzione viene fermata quando la bambina dice la parolina magica "Kenshiro" e viene prontamente liberata e inviata da Shin, che nel frattempo combatte con il suo sangue/cera infiammabile per non distruggere il suo progetto in stile bisonopoli di Street Fighter: The Movie. Lord Shin le prova tutte per far uscire Julia dal suo stato di apatia, ha pure rinunciato a chiamare il suo centro commerciale con il suo nome per dargli il nome della sua amata, ma non è servito a nulla e la pressione li dove non batte il sole è ormai sopra i livelli di guardia. 

Di fatti Jackal ha un'espressione depressa per la stronzata fatta
Nel frattempo Lynn sta per subire le peggiori torture (il nemico si limita a fare la faccia cattiva e a sbattere un po' la gabbia) ma viene salata prontamente dal dinamico duo. Purtroppo Ken non è certo una cima in questa versione e lascia Bat a difendere Lynn (che scopriamo essere fratelli, anche se nell'anime i due finiranno per essere amanti), che finisce ucciso come un fesso da jackal (fedeltà al manga livello 0). Jackal non ha tempo di festeggiare che finisce per fare una figura barbina visto che mentre cercava di uccidere kenshiro viene distratto dal morente Bat che salva cosi il nostro eroe (salvatore dell'umanità un paio di scatole). Ma se pensate che il trash sia finito qui vi sbagliate alla grande, Ryuken questa volta fa il colpo grosso e si impossessa del corpo di Lynn e si lancia in un pippone pacifista che porta kenshiro per la disperazione a liberare il cattivo. Cattivo che impiega meno tempo di Kenshiro in moto per avvisare Shin, si vede che la salerno-reggio calabria non era ancora stata completata.

Shin lascia Julia nelle mani del suo sgherro che intelligentemente cerca di abusare sessualmente di lei (Il tuo capo è solo capace di fare cinquine fiammeggianti, che vuoi che sia) . Kenshiro intanto arriva alla città di Shin senza che nessuno abbia nulla da ridire o tenti una qualche forma di resistenza. Solo nell'atrio del palazzo assistiamo a un combattimento tra il nostro eroe e i soldati di Shin, che sono cosi educati da aspettare uno alla volta il proprio turno per essere riempiti di botte. Finalmente assistiamo al momento più interessante del film, lo scontro tra Shin (che indossa un orripilante grembiulino per cameriere in pelle) e Ken, che risulta essere altamente deludente per le scarse capacità di Mandylor, tanto che guardare la pittura asciugare diventa quasi interessante al confronto. Il povero regista è costretto a fare inquadrature strettissime per non evidenziare troppo le lacune nel combattimento. Shin rispetto ai suoi sgherri ha un cervello sopraffino e usando la psicologia riesce ad abbattere lo spirito dell'avversario usando la micidiale tecnica "la tua amata è morta". Quando tutto sembra perduto basta la semplice visione di un fiore per far comprendere a Kenshiro che Julia è viva (come faccia è un mistero), riprendere il combattimento come se nulla fosse e sconfigge Shin (che inspiegabilmente non riesce più ad usare la sua "cinquina fiammeggiante" misteri della sceneggiatura). Julia comprendendo che il salvatore del mondo non è buono neanche per salvare un fiore decide che sia ora di salvarsi da sola e uccide Jackal togliendoli il caschetto, facendo cosi innescare il processo esplosivo della testa. I due innamorati si abbracciano e il film finisce.                         

Onestamente siamo di fronte a un vero e proprio film trash. Le ambientazioni sono fintissime, con sfondi dipinti che cercano di nascondere che l'intero film è stato girato in studio. Il livello recitativo è di bassissimo livello, con attori che non riescono ad entrare nella parte se non con atteggiamenti buffoneschi, la presenza di qualche vecchia o piccola stella del cinema non riesce a risollevare le sorti del film. La storia riprende in modo abbastanza libero la storia originale, con profondi cambiamenti che non portano a sostanziali benefici di trama ma che anzi sembrano essere solo dei vuoti riempitivi, sopratutto alcune modifiche come cambiare Lynn da muta a cieca non hanno nessun effetto a livello di trama o altro e ci si chiede a che pro sia stata fatta tale scelta. Le sceneggiatura sembra che abbia letto nulla del manga e si asiste più a un clone di Mad Max che di Ken il guerriero. I combattimenti sono imbarazzanti e mai coinvolgenti. Vedere scimmiottare le tecniche di Hokuto o Nanto in questo modo è insulto ogni fan del manga/anime. Capisco la difficoltà di replicare un media totalmente diverso da quello cinematografico ma onestamente si poteva fare di meglio.

In definitiva questo è un film noioso, tranne qualche piccola perla trash. Irrispettoso del materiale originale e anche visto come film a se non merita comunque la visione.         
                 

mercoledì 27 aprile 2016

Pang Adventures - Recensione -


Chi non si ricorda del mitico Pang (Noto come Buster Bros in America e Pomping World in Giappone, creato da Mitchell Corporation e Capcom)? Gioco uscito nel 1989 e protagonista assoluto d'intere giornate estive passate a sfidarci al cabinato per fare il record migliore.

Il gioco era denotato da un schema semplice ma accattivante, che vedeva due fratelli girare il mondo per distruggere delle sfere rimbalzanti che si dividevano se colpite dall'arpione o "Pungiglione" del protagonista in due fino alla dimensione minima possibile per poi scomparire. Il gioco prevede solo il movimento orizzontatale dei protagonisti, non è previsto il salto ed è possibile usare un solo arpione alla volta (cosa che può essere ovviata usando dei power-up di durata variabile presenti nei vari livelli). Se si viene colpiti dalle sfere ovviamente come in tutti i vecchi giochi c'è il game over istantaneo.

Nel 2016 l'azienda francese DotEmu, specializzata nel porting di vecchi giochi arcade per le piattaforme del gaming mobile e console (non escludendo ovviamente il mondo pc), decide di realizzare per la prima volta in collaborazione con la Pastagames un proprio videogioco. Pang adventures riprende gli schemi del vecchio Pang, gli arrochisce con una nuova grafica e nuove funzionalità ben congegniate.

Nel gioco sono previste le due classiche modalità:

Modalità Tour: in cui gireremo in varie location sparse per il mondo per combattere un'arpione alla volte le minacciose sfere lanciatoci contro dai malvagi alieni. (Carino l'uso di una breve sequenza animata per spiegare gli antefatti del gioco)

Modalità Panico: Stesso gioco nuove frustrazioni. Bisognerà affrontare senza prendere pause 99 livelli uno più difficile dell'altro.

Più una nuova modalità:

Modalità Attacco Punti: Modalità che rende omaggio alle vecchie modalità arcade nei quali dovremo affrontare l'intero gioco con sole 3 vite a disposizione (tante quante erano disponibili nel vecchio Pang per ogni gettone immesso).

DotEmu fa un ottimo lavoro con questo gioco. La grafica è moderna ma rimanendo allo stesso tempo fedele al vecchio stile del titolo arcade. Le novità introdotte per quanto non comportino radicali cambiamenti nel gameplay sono ben ragionate e divertenti, con livelli che alternano fasi più action ad altri di tipologia più strategica. Per esempio con l'avanzare del gioco ci troveremo ad affrontare nuove tipologie di bolle che ci costringeranno ad usare una diversa strategia d'attacco per superare il livello. Sono stati introdotti tra uno stage e l'altro dei boss che offrono una piccola divagazione dallo schema usale di gioco (nulla di sconvolgente), ma che onestamente soffrono di poca originalità sia per schema di gioco tra un boss e l'altro, sia di variazione della figura del boss. I comandi nella versione da me provata (Android su Nexus 4) risultano comodi e intuitivi e non si assiste come in altri giochi (Metal Slug, Double Dragon prodotti dalla stessa casa DotEmu) a sentire la mancanza di un gamepad fisico per non ritrovarsi con le dita in posizioni d'artritico per poter usare al meglio i comandi. Il gioco trasuda dello stesso divertimento dei tempi dei cabinati e il prezzo proposto 2.99€ per la versione mobile risulta onesto, sopratutto per la mancanza di acquisti in app. Anche se la mancanza di una modalità in cooperativa si sente e spero in suo sviluppo futuro nel gioco. Il problema più grosso è sicuramente la poca variabilità del gameplay che se non vi acquisterà immediatamente probabilmente non vi conquisterà più, con conseguente perdita di tempo. Durante il gioco si sono riscontrati dei piccoli bug che possono dar fastidio (per esempio è capitato più che nelle sessioni più esagitate il protagonista scomparisse dallo schermo mentre il gioco continuava comunque ad andare avanti costringendo a resettare la partita).  

In definitiva Pang Adventures è un ottimo omaggio al mondo arcade. Sicuramente da consigliarsi agli appassionati di quella tipologia di gioco, con buone possibilità di conquistare nuove fasce di pubblico. Io lo considero un'ottimo acquisto e spero in altri titoli di questo genere, che permettono di arginare il pericoloso fenomeno del free-to-play che tanto ammorba il mondo del gaming mobile. Il mio consiglio è di acquistarlo e provare il gameplay, se non vi dovesse piacere chiedete il rimborso.

domenica 17 aprile 2016

Piccole recensioni in compagnia

Questo piccolo spazio mensile nasce con la volontà di parlare brevemente, come in una sorta di annotazioni su un diario di: libri, fumetti, anime che mi hanno colpito. Spero possa piacervi.


Dimenticami, Trovami, Sognami
La dimostrazione che scrivere di fantascienza con abilità in italia è possibile. Romanzo interessante per alcune soluzioni inusuali (//Spoiler// Il viaggiare nello spazio usando il sonno //Spoiler//). Il finale rovina per me il romanzo (ma probabilmente è dovuto ai miei gusti, piuttosto che alla negligenza dello scrittore), l'ho trovato indigesto e che rovina quanto messo precedentemente in campo. (maggiori info qui)
Lo specchio di Atlantide
Storia di stampo onirico, molto interessante e divertente da leggere. L'idea che gli specchi possano essere usati per attraversare mondi paralleli a quello del protagonista è molto interessante, cosi come che ogni mondo può essere simile al nostro ma per certi aspetti diventi totalmente alieno.(maggiori info qui)



Alieni Coprofagi dallo spazio profondo
Potremmo definirlo il primo romanzo italiano ad usare lo stile bizarro fiction di (sulla falsariga delle opere di Mellick III) in Italia. Storia divertente, con una sottile e divertente critica al sistema capitalistico. Punto forte del romanzo è la comparsa come una sorta di spirito guida del protagonista dell'attore Arnold Schwarzenegger, che a seconda degli stati d'umore del protagonista avrà un vestiario diverso tratto da uno dei numerosi e famosi film. Colpo di classe l'uso di una merda disegnata in stile arale come segnalino per il cambio di scena. (maggiori info qui)

Lovely Muco!
Anime divertente (sopratutto se amate i cani), adatto ad essere usato come scaccia pensieri per riposarsi 10 minuti. La cgi diventa molte occasioni imbarazzante come qualità. (fonte italiana crunchyroll)
Inferno Cop
Una sorta di apripista dell'anime Ninja slayer from animation. Anime per certi aspetti interessante (sopratutto per l'aspetto del protagonista), ma totalmente noioso per storia e battute (anche perché 3 minuti evidentemente non bastano). Non ne consiglio la visone. (fonte italiana crunchyroll)

giovedì 14 aprile 2016

Hardcore! - Recensione-

Titolo originale: Hardcore Henry
Paese di produzione: Russia, Stati Uniti d'America
Anno: 2015
Durata: 96 min
Genere: azione, fantascienza, avventura
Regia: Ilya Naishuller
Sceneggiatura: Ilya Naishuller
Will Stewart (sceneggiatore aggiuntivo)


A seguito di un incidente misterioso Henry rimane gravemente ferito e prossimo alla morte, grazie alle cure della moglie ottiene un nuovo corpo cibernetico che gli permette azioni incredibili. Attirati dalla sua tecnologia un gruppo di terroristi rapisce la moglie del protagonista. Harry allora dovrà correre al salvataggio della sua dolce metà. 

Ormai da tempo i videogiochi, in special modo quelli d'azione, ci hanno abituato all'azione giocata in prima persona. Sparare ad eserciti di fazioni opposte, salvare il nostro pianeta da una invasione aliena, risolvere un complicatissimo caso poliziesco ecc sono cose usali nel modo video-ludico. Era solo questione di tempo prima che qualcuno tentasse di replicare la formula attraverso la pellicola. Ma quello che funziona nei videogiochi può funzionare come mezzo visivo? 

L'idea di fare un film in prima persona non è certamente merito di Hardcore!, ci sono stati vari film girati in quello stile, basti pensare a "Lady In The Lake" del 1947 con Robert Montgomery e Audrey Totter (qui il trailer).  Il merito principale di hardcore! è quello di aver usato le moderne tecnologie (l'uso delle Gopro per filmare le scene) e il massiccio uso di stuntman per le scene d'azione. 

Il film girato da Ilya Naishuller si dimostra una piacevole sorpresa. Non aspettatevi chissà quale complessità nella trama. Il tutto si riduce al classico A deve salvare B da C, mentre fa fuori i cattivoni inviati da C, intervallato qui e la da qualche frase. Cosa che non dispiace essendo un film d'azione, ma una maggiore cura della sceneggiatura non avrebbe guastato. Sopratutto perché l'intero film si riduce a: dialogo breve - parkour - combattimento ripetuto per x volte. Le scene d'azione sono il piatto forte del film, ben realizzate e sempre divertenti. L'suo della prima persona permette di creare delle situazioni interessanti e originali, anche se alla lunga posso far venire mal di testa, sopratutto se non si è abituati allo stile simil-videogiochi. Molte scene risultano confusionarie perché relegare la visione a un solo punto di vista, risultando limitante e si sente la forte necessità di vedere cosa succede da un'altra angolatura. Gli Stuntman sono dei veri e propri supereroi visto l'alto livello di maestria che riescono ad ottenere nel girato, veramente in alcune scene sembra addirittura che sia tutto vero. La Cgi è ben sfruttata e mai invadente, anche se in alcuni punti si sente che siamo in un film a basso budget. I personaggi non granché approfonditi, vengono forniti solo le informazioni necessarie e via alla pugna. Sicuramente il personaggio più riuscito è Jimmy, che nelle sua varie apparizioni riuscirà a farvi strappare una risata. Sopratutto il protagonista risulta effettivamente vuoto, l'intento probabilmente era quello di renderlo una specie di seconda pelle per lo spettatore per dargli l'impressione di essere lui il protagonista (come in tutti i videogiochi che seguono il filone del protagonista silenzioso), ma nel film si sente la mancanza di una voce che dia più patos al protagonista. Non bastano qualche gesto ben riuscito per caratterizzare al meglio il protagonista. 

Il film è stato interamente girato in questo modo
Avendo una sceneggiatura semplice e personaggi abbozzati con l'ascia il regista punta tutto su scene realizzate con il puro e semplice stile trash. Con situazioni al limite del ridicolo e della credibilità, ma che il sottoscritto ha adorato sghignazzando tutto il tempo ma che a molti possono dare effettivamente fastidio. Sopratutto una scena con il cavallo vi farà schiattare dalle risate. Ottimo il finale, con un ottimo uso della canzone "Don't stop me now" dei Queen, davvero divertente. Sopratutto il finale vi sorprenderà per alcune scelte che mai mi sarei aspettato. 


In definitiva Hardcore! si dimostra un film interessante e divertente, per quanto non esente da grossi difetti. L'idea della prima persona non è male, ma girare un'intero film con questo stile risulta spesso faticoso e confusionario da seguire e forse sarebbe stato meglio usare un mix tra scene girate in quello stile e altre in stile più tradizionale. Sicuramente è un film che da il meglio di se visto con un qualche dispositivo VR (anche una cardboard per dire), sopratutto se contornato da qualche elemento in stile dragon lair. Visto in compagnia con birra e patatine è l'ideale.     

mercoledì 13 aprile 2016

Race - Il colore della vittoria - Recensione -

Paese di produzione: Canada, Germania, Francia
Anno: 2016
Durata: 134 min
Genere: drammatico, biografico, sportivo
Regia: Stephen Hopkins
Sceneggiatura: Joe Shrapnel, Anna Waterhouse


Visto che in questi giorni ci sono i cinema days ne ho approfittato per vedere qualche film. Se ne avete la possibilità vi consiglio di cogliere l'occasione.


Nel 1936 a Berlino stanno per svolgersi le undicesimi olimpiadi; mentre il mondo sportivo è dilaniato dal dilemma se partecipare ai giochi organizzati da un governo dittatoriale e xenofobo, Jesse Owens, giovane corridore di colore decide di partecipare alle olimpiadi per dimostrare che lo sport può vincere anche sull'odio razziale.

L'Olympiastadion di Berlino durante lo svolgimento dei Giochi olimpici del 1936
Le olimpiadi del 36 furono un vanto per la Germania nazista, un evento che poteva finalmente dimostrare che il nuovo stato voluto da Hitler aveva riportato la nazione all'antica potenza dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale. Non si bado a spese per rendere tutto per perfetto nei minimi particolari, furono costruiti edifici imponenti e modernissimi nel giro di pochissimo tempo (basti pensare all'Olympiastadion uno dei pochi edifici nazisti ancora esistenti nella loro interezza e capace di ospitare 100.000 persone). I casi discriminazione razziale, in special modo nei confronti degli ebrei furono attenuati o annullati per dare l'impressione che la Germania fosse un paese pacifico e aperto (il film nel invece si tenta di far passare l'idea che siano stati gli americani ad aver avuto il merito di aver diminuito gli atti xenofobi durante i giochi, nella prima ma non ultima manipolazione degli eventi storici). Tra le varie gare svoltasi, passò alla storia l'incredibile impresa di Jesse Owens che riusci per la prima volta nella storia ad aggiudicarsi quattro medaglie in quattro discipline diverse (100 metri, salto in lungo, 200 metri e la staffetta 4×100) suscitando l'ammirazione dell'intero stadio (il film preferisce invece riprendere il falso storico che Hitler e il suo staf avrebbero più volte rifiutato di riconoscere le vittorie di Owens, quando invece lo stesso dittatore tedesco salutò l'atleta. Viene invece taciuto che lo stesso presidente americano Roosevelt rifiutò di vedere Owens per paura delle reazioni degli stati del sud visto l'approssimarsi delle elezioni presidenziali). Dopo il ritorno negli stati uniti la vita di Jesse Owens non migliorò, continuò ad essere costretto nonostante la celebrità fu costretto a rispettare i vincoli per i colore della pelle allora in vigore in america. Disse in un’intervista: «Dopo tutte queste storie su Hitler e il suo affronto, quando sono tornato nel mio paese non potevo ancora sedermi nella parte anteriore degli autobus ed ero costretto a salire dalla parte posteriore. Non potevo vivere dove volevo. Allora qual è la differenza?». I suoi meriti sportivi furono riconosciuti solo molti decenni più tardi.


Il film diretto da Stephen Hopkins si dimostra una godibile visione, anche se viziata da palesi errori di sceneggiatura e di regia della figura dell'atleta Jesse Owens. Il film riprende la formula sempre vincente nel cinema americano del riscatto personale attraverso lo sport. narrando le vicende di Owens dagli esordi nell'università statale dell'Ohio fino ai giochi olimpici di Berlino del 36. Sicuramente la parte più riuscita del film è quella che vede interagire Jesse Owens (interpretato dal bravissimo Stephan James) con il suo allenatore  Larry Snyder (Jason Sudeikis decisamente azzeccato per la parte), il rapporto di sincera amicizia che si instaura tra i due è ben narrato e le battute che i due si cambiano sono ottime. I due attori recitano davvero bene insieme e hanno un buon Feeling durante le riprese. Le ricostruzioni storiche sono buone, ricreando ottimamente gli ambienti e il sapore storico dell'epoca. La Cgi fa un buon lavoro, anche se guardando attentamente si posso riscontrare delle imperfezioni estetiche (sopratutto le bandiere risultano finitissime e dalla rigidità ragguardevole). Hopkins regala una regia buona senza particolari ricadute ma senza nemmeno particolari picchi. Ottima la prima metà del film (quella ambientata in america per intenderci), nella seconda parte il film diventa confusionario in più punti e molti argomenti trattati sono a malapena abbozzati o accantonati dopo averne accenti per esigenze storiche. Sopratutto le figure di Joseph Goebbels (Ministro della propaganda nazista) e Leni Riefenstahl (regista del film colossal Olympia, voluto da Hitler per glorificare l'evento per i posteri) risultano nel film pochissimo sviluppate e lasciate volutamente abbozzate, messi su pellicola solo per esigenze storiche, ma che se meglio sviluppate potevano avere interessanti sviluppi all'interno del film. Come detto sopra il film presenta diversi errori storici che solo voluti per esaltare la figura sportiva di Owens e mitigare in parte il regime di segregazione razziale vigente negli stati uniti.  

Race - Il colore della vittoria è un buon film di riscatto, sicuramente non il migliore ma nemmeno il peggiore. Se riuscirete ad chiudere gli occhi su una regia piuttosto piatta e qualche errore storico grossolano riuscirete a godervi un buon film.

lunedì 11 aprile 2016

Il mondo dei fiori e dei salici. Autobiografia di una geisha - Recensione -



Il mondo dei fiori e dei salici. Autobiografia di una geisha 
Autore Sayo Masuda
173 p 
Traduttore Taddei S. 
Editore O Barra O Edizioni (qui la scheda dell'editore)


La Geisha ha ispirato  e inspira tutt'ora il mondo occidentale con la sua figura carismatica (basti pensare a Madama Butterfly, di Giacomo Puccini), fatta di arte e mistero, di fascino e di storie non narrate dietro le pareti di carta, ma effettivamente di tutto questo quando corrisponde alla realtà dei fatti? Il mondo dei fiori e dei salici ci permette di aprire uno scorcio sincero sulla triste e dura vita delle Geishe.

Con la caduta dello shogunato nel 1868, e la conseguente apertura al mondo occidentale dopo secoli di chiusura delle frontiere si diffonde in occidente una vera e propria febbre per il Giappone. Come si può anche vedere nel libro "Kiku-San La moglie giapponese", si dimostra vivo nella seconda metà dell'ottocento un forte interesse per la cultura e gli aspetti tipici della stessa. Tra questi sicuramente ha un posto privilegiato la figura della Geisha, vista dell'occidente come donna dal forte impatto romantico con decise tinte erotiche. Una donna che ha fatto del perfezionamento nell'arte e nella danza il suo unico scopo di vita. Tratti che poco si accomunano alla realtà dei fatti e che tendo ad enfatizzare una triste realtà. L'autrice riesce con un linguaggio semplice e privo di fronzoli a dipingere un quadro realistico della situazione, di una donna costretta contro la sua volontà a mercificarsi, a sfruttare ogni occasione utile per il profitto. Sicuramente un romanzo inusuale nel panorama giapponese, dove ancora oggi la donna ha ancora un ruolo per molti aspetti di margine nella vita della nazione.

Sayo Masuda (1925-2008) nasce nella prefettura di Nagano, regione dal clima terribile, da una coppia non sposata e in cattive condizioni economiche. Figlia del peccato e cresciuta senza alcun affetto famigliare viene subito dato allo zio per accudirla. All'età di 6 anni viene concessa come bambinaia a una famiglia di agricoltori. Qui soffrirà la fame e il freddo, continuamente vittima del pregiudizio dei proprietari fino all'età di dodici anni. Età in cui per sopperire ulteriormente alle gravi difficoltà economiche della madre verrà venduta ad una Okiya (una casa che si occupa della formazione e della gestione delle geisha) presso la stazione termale di Suwa come apprendista. Qui dopo un lungo addestramento fece il suo debutto a 16 anni. Diversi anni dopo il suo ritiro dall'ambiente decise di scrivere le sue memorie, non tanto per una sorta di catarsi quanto piuttosto per cercare di attenuare il continuo stato di povertà in cui viveva. Per quanto alla Okiya abbia ricevuto una cultura di primo livello, essa aveva il semplice scopo di permettere alla geisha di intrattenere il proprio pubblico con danze e canzoni popolari, quindi in essa molti elementi come la scrittura erano volutamente ignorati. Da fatti per la stesura di questo libro Sayao Masuada usa l'Hiragana (uno dei tre alfabeti della scrittura giapponese, solitamente imparato oggi nelle elementari) per raccontare la sua storia.

Degno di interesse nel libro è la dettagliata descrizione della formazione e della vita delle geisha. Che permettono di capire come queste donne fossero trattate fin dall'inizio come oggetto piuttosto che come esserei umani. Per esempio: Quando una bambina entrava nella casa veniva stabilito un prezzo per la vendita (Tama) e che doveva lavorare per 10 anni nella casa e alla scadenza degli stessi doveva dare un altro anno di lavoro come ringraziamento. La padrona della casa (Madre) aveva il diritto di vendere la "prima volta" della propria protetta al miglior offerente (mizuage) e non era raro che la prestazione venisse offerta più volte a vari ignari clienti. Le Geisha non avevano diritto di avere nessuna interazione affettiva con il cliente, in caso di gravidanza erano costrette ad abortire. Il massimo di libertà che una donna poteva aspirare era quella di mettersi sotto l'ala protettiva di un qualche signore facoltoso (Danna), e se esso non abbastanza facoltoso da mantenerla poteva cercare di avere diversi amanti con il rischio di perdere tutto in caso venisse scoperta. Una vita in una gabbia dorata, costantemente vissuta come un oggetto di lusso. Non erano rari i tentativi di fuga o di suicidio da questa terribile vita. 

Consiglio vivamente questo libro, non tanto per il suo valore letterario ma per quello storico/sociale. Un libro che può farci comprendere il triste destino di queste donne.       

lunedì 4 aprile 2016

Conan e la strada dei re



Robert E. Howard è stato uno dei più amati autori di fantasy nel periodo delle due guerre. La sua tragica morte alla giovane età di 30 anni ha lasciato un grande vuoto nella comunità di appassionati, vuoto che autori come Spreauge de Camp e Lin Carter hanno cercato di colmare scrivendo storie sul fosco cimerio usando bozze, accenni e scalette che Howard aveva prodotto nella sua attività di scrittore. Il lavoro prodotto non è stato quasi mai all'altezza dell'originale, ma permetteva di recuperare storie che altrimenti non avremmo mai letto nella loro interezza. Il problema di questi racconti o pastiches è il loro tentativo di seguire il pensiero howardiano per scrivere una storia, risultando nei migliori dei casi storie scopiazzate, che non brillano di certo in originalità.

Karl Edward Wagner è stato un grande autore di fantasy americano che si è cimentato in più occasioni nella scrittura di racconti tratti dai personaggi di Howard. La particolarità di Wagner è quella di aver tentato di narrare le storie del cimmerio in modo molto personale. Ammettendo candidamente che l'unico essere che potesse scrivere alla Howard era Robert E. Howard stesso. I racconti scritti da altri vanno presi come lavori in se, dove l'autore infonde i propri pensieri e stili. In uno stile che non vuole sostituire l'originale.

In questo libro vediamo sempre all'opera il nostro caro barbaro, ma con alcune differenze sostanziali dettati dai tempi diversi in cui le opere sono state scritte. Abbiamo in questa storia un Conan che si ritrova ad avere a che fare con la complessa civiltà di Kordova, in cui si sente ingabbiato. In una sorta di confronto tra le libertà che la barbarie offre e la soffocante civiltà, lo slancio liberatorio dell'istinto e la rassicurante ma opprimente sicurezza della civiltà. Interessante è il doppio rovesciamento di posizione che permette interessanti sviluppi di trama. Rispetto ad latri autori che hanno cercato di allargare su tutto il mondo di Conan i loro racconti, Wagner ha preferito concentrarsi nella sola città di Kordova, cosa che permette maggiori libertà rispetto al mondo Hyboriano in cui si sarebbero alla fine scontrato con i dettami di Howard. I riferimenti ai racconti Howardiani non mancano, ma sono abbastanza lontani da non rischiare scomodi paragoni.

La storia in se non è male e riesce a farsi in alcuni casi accattivante. Certo le differenze ci sono. Wagner dipinge un Conan più ciarliero del solito, meno istintivo e più riflessivo nelle azioni, più parco nei sui appetiti culinari e di giovani fanciulle (non troveremo la classica ragazza che dopo una iniziale ritrosia cederà al caldo abbraccio d'acciaio del barbaro per dire). Certo sono modifiche che possono piacere o meno, ma che onestamente per il mio giudizio non rovinano il personaggio e riescono ad arricchirlo di nuove sfumature. I personaggi secondari sono abbastanza caratterizzati da risultare interessanti, anche se non vanno molto lontani dai classici stereotipi del genere. Certo la scelta dei nomi non è dei migliori, abbiamo nomi italianizzati che cadono spesso nel quasi ridicolo (Santiddio, Modermi, Sandokazi, Vindicarmi ecc). Forse il problema più grosso è quello che Conan non è quasi mai il motore della storia, rimanendo quasi sempre vittima degli eventi e solo quando c'è da pugnare interviene nel vivo dell'azione (ma è un problema della maggior parte dei racconti non scritti da Howard stesso). Interessante la presenza all'interno del romanzo di un interessante saggio scritto da Giuseppe Lippi sui film di Conan il barbaro.