lunedì 29 febbraio 2016

L'inferno degli specchi di Edogawa Ranpo (Urania collezione n°99) - Recensione -



Nell'aprile del 2011 Urania pubblica a sorpresa di tutti questo volumetto che raccoglie nove storie dello scrittore Edogawa Ranpo (vero nome Taro Hirai). Ma chi è questo autore giapponese per meritarsi un volume di questa collana? vediamo di scoprirlo.

Ranpo Edogawa è nato nella prefettura di Mie il 21 ottobre 1894  ed è morto il 28 luglio 1965. è stato uno scrittore e critico letterario giapponese.
Nel corso della sua vita ha scritto numerosi romanzi e racconti gialli. In molti di questi, nel solco del giallo investigativo di quel periodo, hanno come protagonista il detective Kogoro Akechi. Lo stile di scrittura di Rampo fu fortemente influenzato dagli scrittori occidentali, in special modo da Edgar Allan Poe (inventore del genere giallo con il suo investigatore Dupin). Lo scrittore era cosi affascinato dalle storie di Poe da usare come pseudonimo la trasposizione fonetica giapponese del nome dell'autore americano. Edogawa Ranpo (o Rampo) appunto.

Rampo Edogawa gode di grande fama in Giappone, tanto che le sue opere sono continuamente riproposte nel tempo, sia in film o serie, sia in fumetti o cartoni giapponesi. Per basti pensare che il famoso protagonista del manga/anime Detecitive Conan, usa per nascondere la sua vera identità il nome fittizio di Conan Edogawa, unendo il nome di Conan Doyle al cognome di Edowaga. Mentre in italia è arrivata una miserrima parte della sua produzione. quindi questo volumetto diventa molto interessante per valutare la qualità e l'abilità nella scrittura.    

Trama
 Il libro in questione contiene 9 racconti, precisamente:

1)la sedia umana;
2)il test psicologico;
3)il bruco;
4)la rupe;
5)l'inferno degli specchi;
6)i gemelli;
7)la camera rossa;
8)i due menomati;
9)il viaggiatore con il quadro di stoffa.

non tutte le storie posso annoverasi nello stile giallo, molte si avvicinano più all'horror o al thriller. Le storie più interessanti al mio giudizio sono:

La sedia umana, dove una scrittrice tra la posta degli ammiratori riceve trova una lettera che rivela angoscianti rivelazioni su un mobile. Bellissima storia che mischia erotismo, macabro e il grottesco.

Il test psicologico, dove un ragazzo senza sensi di colpa dovrà affrontare il genio della deduzione Kogoro Akechi. Prima storia di stampo poliziesco, affascinante e avvincente.

La Rupe, una donna  trova un metodo infallibile per farla franca. Storia inusuale dove sono i "cattivi" ha trionfare.      

La camera rossa, dove un gruppo di uomini annoiati cercano il brivido raccontandosi storie macabre o d'effetto. Un giorno arriva un'uomo che potrebbe regalare un brivido sublime al gruppo raccontando del suo metodo criminale infallibile. Sicuramente il racconto che più mi ha conquistato assieme a "La sedia umana".

Non conoscendo il giapponese non posso giudicare sulla fedeltà della tradizione, ma partire come base dalla traduzione inglese non è il massimo per qualsiasi libro.

Il titolo originale della raccolta "Japanese Tales of Mystery and Imagination era una chiara allusione alle opere di Poe, che si è persa per usare il titolo di un racconto presente nel romanzo (una calda raccomandazione dell'editore?).

La scrittura è avvincente e riesce a prende il lettore e a non mollarlo fino alla fine. Nonostante il fatto che lo stile sia ormai datato e molte delle soluzioni risultino abbastanza semplici per i lettori abituati ai romanzi moderni, vi consiglio di dargli una possibilità.

Vi consiglio caldamente di recuperare il libro, anche se ormai fuori mercato, nelle bancarelle e su internet si trova facilmente a prezzi contenuti. I racconti sono abbastanza brevi e l'intero volumetto può essere facilmente letto in una giornata o due.

lunedì 22 febbraio 2016

Console Wars di Blake J. Harris - Recensione -



Per un appassionato di retrogame o qualcuno che voglia conoscere la storia delle console della generazione anni 90, avere un libro che parli in modo semplice e chiaro di un dei periodi più interessanti del mondo videoludico sarebbe una manna dal cielo. Il libro di Harris cerca di sopperire a questa mancanza, ma fallisce miseramente dopo qualche premessa più che buona. Essendo un appassionato di retrogame ho acquistato questo libro pieno di speranza, finalmente c'era un libro che poteva essere degno di essere letto nell'ambito del retrogaming Dopo le prime 100 pagine saliva lentamente pagina dopo pagina una sensazione di guasto, come guardarsi allo specchio e invece di vedere una faccia amica, vedere qualcosa di mostruoso ma vagamente riconoscibile. 


Sega Mega Drive o Sega Genesis (in America)
 
Il libro di Blake j. Harris parte da ottime premesse cercare di raccontare in modo dualistico la guerra che scoppio tra Nintendo e Sega per conquistare un mercato che era tornato ad essere dopo la grande crisi del videogioco del 83 finalmente remunerativo, una guerra combattuta al gioco all'ultimo grido, alla console più performante o con effetti grafici migliori, alla miglior espansione della stessa. Era per un periodo entusiasmante e vivace ma molto caotico e difficile da comprende per un neofita che si affaci per la prima volta in questo mondo. L'idea buona sulla carta dell'autore è quella di rendere tutto più discorsivo cercando di ricreare attraverso i dialoghi fra i vari personaggi chiave delle due case inserendo i dettagli delle console o dei videogiochi del periodo temporale selezionato. Interessante direte voi; avreste ragione se non fosse che l'autore usa questi escamotage spessissimo nelle prime pagine per accalappiare il lettore, per poi usarne sempre di meno man mano che si va avanti nella lettura. Il vero obbiettivo di Harris non è raccontare la console wars, ma creare il materiale adatto per vendere i diritti del libro a qualche major cinematografica (secondo la quarta di copertina del libro sembrerebbe cosa già fatta) per creare un nuovo film biobibliografico sulla scia di quelli realizzati per Zuckerberg o Steve Jobs. Ma in un paese fortemente patriotico come gli Stati Uniti d'America si può realizzare un film su qualche oscuro dipendete giapponese, per quanto importante? Ovviamente no. Tutto il romanzo allora si concentra su Sega of America e in special modo in Tom Kalinske, ex dirigente Mattel che riusci a far combattere Sega in America ad armi pari con Nintendo. Lasciando a lato, per non dire dimenticato il resto del mondo e in special modo il Giappone.
   

Super Nintendo o Super Famicom ( in Giappone)
Tutto quello che il libro aveva messo di buono viene buttato alle ortiche per assaltare la figura di Kalinske, che diventa una sorta di semidio sceso in terra per salvare Sega. Assistiamo quindi a interi noiosi paragrafi dove il nostro semidio risolve problemi, cerca responsabili per il posto x, per realizzare la campagna y ecc. L'imparzialità non esiste: Sega è adulta e promotrice di libertà a tutti costi, mentre Nintendo è dipinta come una ditta dittatrice e spesso permeata da un istinto infantile; gli americani sono onesti e bravi, i giapponesi manipolatori e infidi. Arrivando a dichiarare che il fallimento di Sega con il Saturn (la successiva console di casa Sega) sarebbe dipeso dal fatto che i dirigenti Giapponesi avrebbero deciso di impostare la consolle in quel modo perché invidiosi del successo di kalinske, che invece aveva la soluzione vincente. L'autore scrive di diversi aneddoti o informazioni riguardanti Kalinske o il mondo delle console in generale ma senza mettere mai citazioni alle fonti utilizzate, rendendo difficile, per non dire impossibile discernere tra verità e romanzatura dei fatti. Il romanzo che a conti fatti poteva essere lungo massimo 200 pagine ad essere generosi, diventa un libro da 526 pagine ingiustificate. 

Tom Kalinske con la mascotte di casa Sega Sonic. 
Un vero peccato perché tra i vari capitoli qualcosa di buono si riesce a trovare: La nascita di Sega e Nintendo, la storia della realizzazione del film di Super Mario ecc. Il tutto purtroppo subissato da interi capitoli che a nulla servono se non ad allungare il brodo. In definitiva il Romanzo Console Wars è una fregatura venduta come romanzo di apprendimento sul mondo console, ma che si rivela alla fine una sorta di romanzo mal riuscito su Kalinske. Il mio consiglio è di cercare altro se siete alla ricerca di materiale sul retrogame, qui non ne troverete ne più ne meno che la stessa quantità che potete trovare su una pagina wiki dedicata.

Scheda dell'editore: qui

    

lunedì 15 febbraio 2016

Frankenstein (anime) 1981 (Toei Animation) - Recensione -

オッス!帰ってきた孫悟空と仲間たち!!
(Kyofu Densetsu: Kaiki! Furankenshutain)
special TV anime
Lingua orig. giapponese
Paese Giappone
Regia Yugo Serikawa
Soggetto Roy Thomas dal fumetto Marvel Comics, Don Heck dal fumetto Marvel Comics, Mary Shelley dall'omonimo romanzo
Musiche Kentarō Haneda
Studio Marvel Animation, Toei Animation
1ª TV luglio 1981
Durata 98 minuti

Nel corso del 1970 la Marvel è decisa ad aprire i suoi prodotti ai nuovi lucrosi mercati orientali e stringe un accordo con lo studio di animazione Toei, che permetterà all'azienda giapponese di sfruttare alcuni personaggi del mondo fumettistico americano per i proprio Show. Da questa collaborazione nascono: Il Super Sentai Spider-Man con tanto di robot gigante Leopardon (il primo show giapponese che inserisce un robot nella trama, successivamente divenuto elemento caratteristico dei Super Sentai). Successivamente arriveranno: l'esilarante Dracula: Sovereign Of The Damned e l'anno dopo lo special televisivo qui recensito.

In molti paesi è stato spacciato come adatto ai  minori

Sembra che Dracula, per quanto mal riuscito in molti aspetti, in Giappone sia stato un tale successo da permettere alla Toei di realizzare un altro special Tv basato sull'universo Marvel, precisamente sul fumetto Frankenstein di Roy Thomas  e Don Heck, tratto a sua volta dall'omonimo romanzo di Mary Shelley. Bisogna precisare che questo special prende solo spunti generici dalle opere d'origine per creare un prodotto  che si ispira più al film omonimo del 1931. Questo prodotto è denotato da una componente Horor e Splatter veramente forte, con molte scene dal forte impatto visivo.

Lo special non esita a mostrare sangue, amputazioni, strangolamenti e morti; anche abbastanza cruente fin dai primi minuti. Sorprende che in molti paesi (Italia compresa) questo filmato sia stato confezionato come un prodotto per bambini e venduto come tale.   

Il film è caratterizzato da un messaggio cattolico, sopratutto nella parte finale.

Il mostro
La trama brevemente è questa: In un castello diroccato il dottor Victor Frankenstein sta eseguendo un esperimento con l'obbiettivo di riportare in vita i morti. Grazie alle sue conoscenze il dottore riesce ad rianimare il cadavere di un uomo gigantesco, realizzato con parti raccolte da diversi cadaveri. Quando tutto sembra andare per il meglio un fulmine sovraccarica la struttura, che esplode. La creatura che esce dall'esperimento è mostruosa e sconvolgente. Il dottore è costretto a far abbattere la creatura al suo assistente, per poi tornare a casa in svizzera. Quando tutto sembra essere finito, strani omicidi vengono commessi intorno a lui e lo costringono a mettere in discussione il suo operato, e se la sua creatura sia davvero morta o no.

Il dottor Frankenstein
Il Dottor Frankenstein e il mostro omonimo sono ovviamente presenti in questa produzione, anche se con caratterizzazioni ben diverse rispetto al romanzo. Il primo è ben più vecchio della sua controparte cartacea (ovviamente per permettergli di avere una figlia. Nel romanzo è appena sposato e poco dopo il mostro gli uccide la moglie). Ha qui un carattere cinico ed egocentrico, e non esita a sacrificare il proprio assistente alla furia del mostro per salvarsi o a trattare in malo modo la propria famiglia preoccupata per lui . Solo alla fine, con un gesto catartico, comprenderà i propri sbagli e chiederà scusa per i suoi misfatti.

Il mostro rispetto alla sua controparte cartacea si avvicina di più al personaggio di King Kong. Quindi un personaggio forte fisicamente, ma dotato di un intelletto sottosviluppato (invece il Frankenstein cartaceo era denotato da un'intelligenza pari o addirittura superiore a quella del suo creatore), che si comporta violentamene non per propria volontà, ma a causa dell'odio umano che non riesce a vedere la sua purezza all'interno di un corpo malformato. Il film ne da una visione molto simile a quella di Gesù (nel senso che ambedue ricevono sofferenze dal genere umano)

In questo special sono presenti alcuni personaggi originali:

Elizabeth e suo padre
Emily è la figlia del Dottor Frankenstein (è un personaggio originario dello special). Bionda e dagli occhi azzurri (altrimenti come lo attiri il mostro?), dotata di una bellissima voce, è l'unica assieme al nonno a comprendere che dietro al mostro si nasconde un animo buono. Nonostante i suoi sforzi il mostro dovrà soccombere alla furia umana.

Elizabeth è la moglie del Dottor Frankenstein. Innamoratissima di lui ne condividerà il nefasto destino.

L'ispettore e suoi assistenti sono l'elemento più inutile del film, buoni solo per allungare il brodo di qualche minuto. Nonostante arrivino sempre a comprendere la verità dietro il mostro per un motivo o l'altro l'ispettore non procederà mai a fare alcunché e si limiterà a sparare qualche ipotesi per guadagnarsi la pagnotta. Sarà sua l'idea che innescherà i tragici eventi finali del film.    

Zuckel è l'ex assistente del dottor Frankenstein (quello che il dottore ha sacrificato al mostro per riuscire a scappare). Scampato miracolosamente al mostro, arriva per vendetta a ricattare il dottore facendoli credere che il mostro esista veramente. Finirà esso stesso vittima del mostro che tanto voleva emulare.

Il comparto tecnico è di buon livello. Le animazioni sono veramente di ottime e non si notano errori gravi.

La regia è di Yugo Serikawa veterano delle serie "World Masterpiece". Toyoo Ashida è il direttore dei disegni, tre anni dopo dirigerà Ken il guerriero.

Nonostante la sceneggiatura sia solo ispirata all'opera originale riesce comunque a dare una certa affinità all'opera originale. Questo special si ispira fortemente al film del 1931 e sia il mostro che molte scene sono dei veri e propri omaggi alla pellicola, quasi al livello di plagi. Il personaggio del mostro riesce ad essere fortemente empatico e dare quel senso di tristezza per un mostro nato dalla follia umana.

Il ritmo è abbastanza lento, la storia sembra per la maggior parte del tempo non portare a nulla e solo nella seconda parte assistiamo ad un rapido e fitto numero di colpo di scena. Da dimenticare l'avulso e disturbante quadretto famigliare alla "mulino bianco" tra il mostro Frankenstein, Emily e suo nonno; fortunatamente breve. Sopratutto dopo aver visto che lo special non lesina scene splatter abbastanza pesanti sia dopo che prima.

Anche il messaggio cristiano, per quanto un po' forzoso, è ben gestito. Bellissima la scelta registica di inquadrare alternativamente le mani di del crocifisso e quelle ferite del mostro Frankenstein, a indicare una comunanza "nella sofferenza" fra i destini dei due. Sicuramente la scena più riuscita.

Le musiche sono molto belle, è riescono a ricreare le atmosfere del tempo. Degna di menzione la musica che accompagna Frankenstein quando si rifugia in chiesa davvero azzecca e carica di tristezza per la sorte del mostro. Negativa la canzone che canta Emily, che sviene spacciata per canzone tradizionale ma risulta essere invece una canzone jpop bruttina, con tono di voce che mal si azzecca ad una ragazzina di 12 (per quanto la canzone sia cantata dalla bravissima cantate Kumiko Kaori, che molti ricorderanno per la sigla finale di General Daimos), da dimenticare.

Il doppiaggio italiano è di qualità scarsa, quattro doppiatori fanno tutti le voci (3 uomini e una donna). Sono presenti errori abbastanza evidenti di traduzione. Per esempio veniamo informati del fatto che il nonno ci vede poco, ma da come si muove e da come agita le mani possiamo comprendere che sia in verità sia cieco o il fatto che i versi e le urla non sono riddoppiate e capita spesso che in mezzo si sentano parole giapponesi.

Veramente sorprendente la scena finale, con una soluzione cosi drastica che non credo si trovi in altre opere ispirate al romanzo della Shelley. Sono rimasto davvero stupito che si sia adattato un finale cosi tragico e catartico.  

In definitiva lascio a voi se decidere o meno se vedere questo special. Io mi sono divertito a vederlo, sopratutto per l'alto livello di trash presente nella pellicola. Alcune scene sono veramente fatte bene, ma il ritmo è lento anche troppo per un prodotto ispirato ad un romanzo ottocentesco. La fedeltà all'opera originale c'è, ma non è abbastanza da consigliarne la visione come surrogato al libro. Sicuramente è da sconsigliarsi ai deboli di cuore e a chi cercava un prodotto da guardarsi con la propri pargoli.


lunedì 8 febbraio 2016

The Hateful Eight - Recensione -

Anno: 2015
Durata:187 min (versione 70 mm)
             167 min (versione digitale)
Genere: western, thriller, giallo (per certi aspetti per me)
Regia: Quentin Tarantino
Soggetto: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino



Sono finalmente riuscito a vedere il nuovo film di Quentin Tarantino. Premetto che la sala dove sono andato a vedere il film proiettava la versione digitale del film (altrimenti avrei dovuto farmi più di 400 km per raggiungere la prima sala disponibile che proiettava in 70mm) quindi mi affiderò a quella versione per recensire il film. Sono rimasto piacevolmente colpito da questo film che considerò uno dei suoi migliori film, mentre ai miei amici con cui sono andato a vederlo in sala non è piaciuto molto.

Il film riprende le abilitazioni di Django Unchianed, ma dal caldo sud il film si sposta verso il glaciale Wyoming. Veniamo a sapere che la guerra di secessione è finita da qualche anno. Il film si apre con una diligenza che avanza nella neve fitta, mentre una tempesta è all'orizzonte pronta ad investire in breve tempo i nostri viaggiatori. A bordo c'è il cacciatore di taglie John Ruth detto "il boia" e la sua prigioniera Daisy Domergue, il duo è diretto a Red Rock dove la donna verrà consegnata alla giustizia per i crimini commessi. Mentre la diligenza prosegue lungo il suo percorso si presentano prima il Maggiore Marquis Warren, un ex soldato diventato cacciatore di taglie e successivamente Chris Mannix presunto nuovo sceriffo di Red Rock, che chiedono ambedue un passaggio nella carrozza visto che le loro cavalcature hanno ceduto al clima impietoso. Nel frattempo il clima peggiora e il nostro gruppo è costretto a trovare rifugio presso la stazione della diligenza più vicina. Qui vengono accolti non dalla proprietaria, ma da uno sconosciuto (bob, un messicano). All'interno sono presenti altri 3 misteriosi personaggi: Oswaldo Mobray il boia di Red Rock, il mandriano Joe Gage e l'ex generale della Confederazione Sanford Smithers. Una serie di eventi farà capire che qualcosa nella stazione non quadra. Mentre il clima si farà sempre più freddo la diffidenza tra i personaggi sale.

Rispetto al precedente film di Tarantino questo The Hateful Eight ha una impostazione più corale delle scene. Non c'è un vero protagonista e quindi battute e scene sono equamente divise tra i personaggi. La scelta mi è piaciuta molto, visto che ha permesso di dare spessore ad ogni personaggio e ogni frase o gesto permette di scoprire qualcosina di ogni personaggio. Dall'altro canto la mancanza di un personaggio principale può comportare una certa difficoltà nel seguire le scene concitate, oltre a non permettere di affezionarsi a un determinato personaggio (come invece permetteva Django).

I personaggi sono sicuramente tutti ben riusciti e accattivanti. Sopratutto il Magg. Marquis Warren (Samuel L. Jackson), John Ruth (Kurt Russell) e Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). Che godono di una verve al vetriolo davvero ben riuscita, con dialoghi sempre azzeccati. Ho adorato (e assieme a me il pubblico in sala) i botta e risposta tra John Ruth e Daisy Domergue, davvero geniali e divertenti e mai banali. Kurt Russell e Jennifer Jason Leigh fanno un lavoro davvero egregio sui loro personaggi. I personaggi meno riusciti per me sono Joe Gage (il mandriano) e Sanford "Sandy" Smithers (l'ex generale confederato) personaggi che non hanno quasi mai nulla da dire e che non hanno un vero scopo nell'economia nel film.

Per il comparto visivo posso dire che è veramente stupefacente, ogni inquadratura è funzionale alla storia e quasi mai inutile. Onestamente non sono un grande esperto di video, ma sono pienamente soddisfatto della qualità che il film propone.

Le musiche di Ennio Morricone sono perfette. Spero vivamente che vinca l'oscar perché se lo merita.

Per quanto riguarda la sceneggiatura credo che di western il film abbia solo la patina esterna, mentre il cuore della storia si avvicina per modalità e svolgimento ad un giallo classico (sopratutto all'enigma della camera chiusa e al romanzo "dieci piccoli indiani" di Agatha Christie), ovviamente nel pieno stile tarantiniano. Con una lenta apertura che colpo di scena dopo colpo di scena porta ad un rapido finale. Abbiamo quindi un clima di sfiducia e sospetto che aumenterà dopo ogni evento fino alla conclusione finale. Una sceneggiatura davvero ben realizzata che riesce sempre a catturare l'attenzione degli spettatori. il film gode di una verve comica veramente stuzzicante, forse il film più umoristico del regista, difficilmente resterete impassibili alle battute o movimenti slapstick dei personaggi. Tarantino sa il fatto suo a livello di sceneggiatura/regia.

L'unica grossa pecca che posso riscontrare sono dei tempi registici non sempre azzeccati, sopratutto nella parte finale. Emblematica la scena dove uno dei personaggi sta per fare una grossa rivelazione ai fini della trama e la scena si interrompe di botto facendo partire immediatamente un prequel che spiega gli eventi accaduti ore prima, che per me stride tantissimo con lo stile adoperato con le scene precedenti e risulta troppo forzato nel contesto. Sembra quasi che il regista avesse paura che la gente non averebbe capito come si erano svolte effettivamente le vicende e quindi fosse necessario una spiegazione sugli eventi precedenti. Una scena che per i miei gusti non mi è piaciuto molto è il dialogo tra il Magg. Marquis Warren e  Sanford "Sandy" Smithers, che ho trovato fuori luogo, decontestualizzato e volto solo a dar luce alle ottime capacità recitative di Samuel L. Jackson, ma ripeto sono solo i miei gusti personali. Anche la scena finale non riscuote il mio pieno plauso.  

Il doppiaggio è ottimo e ben realizzato. Ogni doppiatore è ben azzeccato al suo personaggio e riesce a dargli le giuste sfumature caratteriali.

Tarantino sforna un'altro capolavoro. Forse non il suo film migliore ma sicuramente uno trai i più riusciti. Se avete amato Django questo forse potrebbe risultarvi un tantino più indigesto, ma vi consiglio comunque di dargli comunque qualche possibilità. Per il resto sono presenti i marchi di fabbrica di Tarantino: Sangue a palate, sceneggiatura ricca di battute al vetriolo e scene ad effetto, morti come se piovesse ecc. Come detto sopra a me è piaciuto moltissimo, anche più di Django, mentre ai miei amici presenti in sala molto poco. Quindi vedete voi se andare o no, io da parte mia vi consiglio di andarlo a vedere per avere almeno una vostra idea sul film (e no, nel caso non vi dovesse piacere non sono previsti rimborsi da parte mia :P ).

P.S Se vi va sentitevi liberi di commentare qui sotto sul film o su Tarantino in generale.

Anche Quentin vi invita a commentare

Ci sentiamo alla prossima ;)

venerdì 5 febbraio 2016

Street Fighter: Assassin's Fist - Recensione -

Street Fighter: Assassin's Fist
Paese: Regno Unito
Anno: 2014
Formato: webserie
Genere: Azione, arti marziali
Episodi: 6
Durata: 20 minuti
Lingua originale: Inglese, giapponese


Dopo il divertente ma non molto fedele "Street Fighter - Sfida finale" (1994) e il bruttissimo "Street Fighter - La leggenda (2009)" sembrava che per i fans della omonima saga non ci fosse speranza di vedere qualcosa che fosse fedele allo spirito del videogioco. Ma nel 2015 quando ogni speranza sembrava persa arriva nel nostro paese: "Street Fighter: Assassin's Fist", e uno Shoryuken di gioia liberatoria sale dal cuore. Finalmente c'è un prodotto che sia degno del nome Street Fighter. 


Questa serie si incentrata diversamente da quello che ci potrebbe aspettare sugli eventi eventi precedenti al primo Street Fighter, concentrandosi sulle origini dell'Ansatsuken (暗殺拳, letteralmente "pugno assassino", da cui la serie prende il titolo). Le storia ci porterà prima scoprire la storia del  maestro Goutetsu, dei suoi allievi Gouken ed Akuma, per poi concentrarsi su Ryu e Ken i protagonisti indiscussi dell'intera serie,



La serie si concentra su Ryu e Ken nel presente, mentre per gli eventi accaduti nel passato si concentra su Goutetsu, e allievi Gouken ed Akuma. Gli altri personaggi della serie non sono presenti sia per questioni di budget, sia perché la storia si concentra sugli eventi che hanno portato alla creazione delle tecniche dell'Ansatsuken in cui gli altri personaggi non avrebbero molto da spartire. 
 
La serie fa un lavoro veramente egregio nel caratterizzare i personaggi che pur rimanendo rispettosi alle loro controparti videoludiche hanno in questa serie un maggior spessore psicologico. Abbiamo quindi un Ryu abbandonato dalla nascita e preso in giro da piccolo, ma che dimostra di essere naturalmente portato per la lotta, ma che non riesce ad usare appieno il suo potenziale per paura dei propri demoni interiori. Ken è un ragazzo con un rapporto conflittuale con il padre dopo la morte della propria madre e che il padre, appare più goliardico e scanzonato della sua controparte orientale, ma più facilmente portato a emozionarsi troppo durante il combattimento e quindi a perdere la concentrazione. Ben riuscito anche il rapporto di amicizia fraterna tra Ryu e Ken, con i due che si guardando le spalle a vicenda e sono sempre pronti ad aiutarsi nei momenti di difficoltà interiore (bellissima la scena dove si sfidano a Megaman 2).

Anche il rapporto tra Gouken e Akuma è ben gestito. Vediamo quindi l'iniziale rapporto di amicizia trai due fratelli che man mano si infrangerà per la volontà di Akuma di diventare sempre più potente a scapito del suo stesso fisico, sia per l'oscuro segreto che circonda l'Ansatsuken.  


Il comparto tecnico è buono. I paesaggi bulgari scelti come location riescono nell'ardito compito di ricreare un fedele Giappone rurale, con i suoi ruscelli e cascate, i suoi dojo ecc. 

I combattimenti e gli effetti speciali sono di buona fattura, ma non sono al centro della sceneggiatura che preferisce, venendo premiato per questa scelta a mio modesto avviso, concentrarsi sugli eventi che hanno portato poi allo street fighter che tutti noi conosciamo. 

Il doppiaggio italiano è di buon livello e riesce a dare la giusta sfumatura. L'uniche due pecche che sento di dargli sono per aver dato la voce di Ken ad un doppiatore inadatto al personaggio (ad orecchio mi sembra Daniele Raffaeli il doppiatore di Chumlee di "affari di famiglia") e aver tradotto totalmente i dialoghi in italiano mentre in originale molto pezzi erano stati lasciati in giapponese. 

Gli attori rispecchiano fedelmente i personaggi interpretati, sopratutto Christian Howard (Ken Masters) che sembra veramente Ken. I vestiti sia i colpi sono quelli del videogioco. L'unico personaggio leggermente fuori luogo è Akuma dopo aver ceduto al "lato oscuro", il bravissimo attore Gaku Space non riesce a dare la giusta mastodonticità al personaggio e risulta piuttosto ridicolo. 

La serie ha ottenuto un riscontro cosi forte tra i fans da ottenere la start per una seconda stagione che sarà ambientata 10 anni dopo gli eventi narrati in questa serie. 

 





In definitiva se avete passato ore nelle sale giochi o a casa a giocare a Street Fighter non posso che consigliarvi questa serie. 

mercoledì 3 febbraio 2016

Uomini in rosso di John Scalzi - Recensione


Titolo originale: Redshirts
Autore : John Scalzi
1ª ed. originale : 2012
1ª ed. italiana : 2014
Genere : romanzo/fantascienza umoristica

Cosa succederebbe se un fiction fantascientifica da 4 soldi interferisse con la nostra realtà costringendoci a fare gesti melodrammatici, gesti inconsueti e ad ricevere morti inutili? è quello che John Scalzi si è chiesto scrivendo questo interessante romanzo che grazie a..... ho avuto il piacere di leggere.

Il libro è una avventura spaziale di stampo umoristico, che omaggia e mette in parodia lo stereotipo del membro di basso rango "usa e getta" delle serie tv come Star Trek, che subivano morti atroci per aumentare l'attenzione del pubblico o la suspance prima della pubblicità che spezzava l'episodio. Tali uomini erano caratterizzati tutti dall'avere la maglietta rossa, mentre i personaggi principali avevano magliette di colori diversi.

Trama

"Il guardiamarina Andrew Dahl entra a far parte dell'equipaggio dell'astronave Intrepid insieme ad altri cinque giovani marinai, che ha modo di conoscere poco prima di arrivare a bordo. Entrato a far parte del laboratorio di xenobiologia, si accorge ben presto che c'è qualcosa che non va nel comportamento dell'equipaggio. Discutendone con i suoi nuovi amici, capisce che non è l'unico a notare qualcosa di strano, infatti ai nuovi arrivati balza subito all'occhio l'incredibile catena di morti accidentali che coinvolgono gli "uomini in rosso" (il colore della divisa di marinai e guardiamarina) ogni volta che c'è da affrontare uno sbarco su un pianeta, tanto che alcuni ufficiali della nave letteralmente scappano per non far parte di queste missioni.

Con l'aiuto di un misterioso uomo di nome Jenkins scoprono infine che la loro realtà viene modificata dalle sceneggiature di un vecchio telefilm di fantascienza. Per quanto incredibile possa loro sembrare, sono costretti a tornare indietro nel tempo sulla Terra per poter salvare le proprie vite e quelle di tutti gli altri uomini in rosso della nave, presenti e futuri." da Wikipedia

Considerazioni tecniche

Il romanzo è molto leggero e si può leggere facilmente in una settimana. La trama è molto interessante e il mistero a cui sono legati i protagonisti è rilevato poco per volta e riesce a far rimanere alta l'attenzione , risultando piacevole ed interessante. 

I personaggi sono ben caratterizzati, anche se non fanno gridare al miracolo per originalità. 

Se ci pensate nelle puntate di Star Trek quando andavano in missione erano sempre accompagnati da qualche "maglia rossa" che inevitabilmente finiva ucciso in qualche modo. Il sunto era se scendi in missione con il capitano Kirk o Spock e il più basso in grado eravate voi potevate cominciare a fare testamento. Ma se quelle maglie rosse avessero una coscienza vera non arriverebbero prima o poi a capire che qualcosa non va? Da qui lo spunto del romanzo. Quindi assistiamo a comportamenti da voltagabbana nell'equipaggio per far in modo che il prossimo nella lista dell'equipaggio non sia uno di loro. 'E divertente vedere nella prima parte del romanzo vedere i protagonisti confabulare su quale nuova recluta sarà il prossimo agnello sacrificale.      

Oltre al romanzo vero e proprio sono presenti tre code, che raccontano le conseguenze accadute alla conclusione del romanzo a tre persone diverse. Sono sostanzialmente inutili, a parte il finale del secondo, e servono solo da riempitivo. 

Considerazioni finali

Mi sono divertito molto a leggere questo romanzo. Ne consiglio la lettura a tutti gli appassionati di fantascienza (in special modo quella televisiva).

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Formato Epub